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Una band di Buenos Aires, tre ragazze che nel 2005 mettono su un progetto di sonorità garage, dub e post-punk. Pare, quasi, di resuscitare a New York sul finire dei 70s, camminando a gambe sganciate fra nichilismo no wave e mutant disco. Il terzetto della formazione è una figura perfetta se si è alla ricerca di punte vorticose, quartieri bassi e riff incalzanti.
Prodotto da Dennis Bovell, arci-noto per essere la mente creatrice di Slits e Pop Group, Kellies è una schizzata bidonville piena di sovrapposizioni tribali, percussioni virtuose e bizzarri sofismi rumoristici. Gloria nell’alto dei cieli, chitarra, basso e batteria: una combinazione tipica per tre voci che si danno il cambio risalendo il ritmo disco di Tom Tom Club e Lene Lovich, passando per il Bronx a coverizzare il sound di ESG con Erase You. Pennellate di chitarra rock-funk, confusioni ossessive prosciolte nel multilnguismo inglese, spagnolo finanche francese e giapponese. Parole in tema con la formula meta-disco che filano via effetti intrisi di sarcasmo e citazioni. A quanto pare la lezione pazzoide delle Erase Errata è pervenuta, anche, in America Latina. Ma a sentirle bene viene, soprattutto, alla ribalta lo stile “rhythm and paranoia” di Bush Tetras. Le linee di basso funk e le bacchette schioccanti attorno agli ottanta reggono il gioco di Prince In Blue, Keep The Horse, Bling Bling, bisbigliando lo stendardo dance del movimento punk di Manhattan e dei Contortions. Adventure, Scotch Whisky, Hit If Off tornano a casa con scatoloni pieni di memorie buone, ma il piacere derivante dall’ascolto è talmente tanto che sarebbe davvero un peccato accusarle di plagio. A loro favore gioca, infatti, un’ottima produzione, un buon missaggio in studio e la ripresa di un’antologia musicale che ha ancora molte zone di silenzio, perlomeno in Italia dove si gioca più di electro che di funk. La qualità è dignitosa e i quattordici pezzi divertono il giusto: tutti nastri di scompiglio da ballare su strada o sotto una palma ai tropici di qualsiasi latitudine con un bel mojito in mano. Soundscape fracassona e maggiormente devota alla abitudini di casa propria è la seconda metà del disco. Um Dia No Brasil, Cous Cous, Dance The Seance regolano il free-thinking ipnotico e latino del regno Inca alla nipponicità demenziale di Totsunootoshigo o al francesismo pop di Suffisant.
Riassumendo il tutto: le ragazze stanno in fissa con il funky, New York e i giri di basso degli ottanta. Ora, visto il miscuglio di suoni, se per caso considerate Las Kellies fuori tempo massimo siete, decisamente, fuori strada. Qui, in fondo, non c’è bisogno di nessun revival mondano per ottenere una buonissima oretta di sana disco spartana, nota anche sotto indicazione punk-funk.
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