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The Computers
This Is The Computers
2011
One Little Indian
di Arianna Mossali
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Emergenza marketing: qualcuno intervenga drasticamente sugli inglesini The Computers e su quel titolo che sembra tratto da un monologo di Luca Giurato, perché così sicuramente non andranno molto lontano. Digitando tutto il papiro su Google alla disperata ricerca di informazioni, tutto ciò in cui vi imbatterete sarà una serie di piratesche istruzioni per la registrazione di bootleg, che sicuramente risalgono a ben prima dell’avvento della tecnologia digitale. Esigenze di mercato a parte, la cosa davvero importante che noi richiediamo a una band è che sappia suonare, e qui ci siamo: niente di stupefacente, si badi, ma qualunque rispettabile pogatore avrà il suo bel da fare a tener dietro ai ritmi serrati del quartetto dell’Exeter. Passate fiduciosamente oltre una prima traccia di umore ‘math-core’ che, a dire la verità, non fa presagire nulla di buono, e lasciatevi andare a questo punk-rock aggressivo, sregolato e velocissimo. Ben presto cominceranno a emergere sonorità ‘indie’ riconducibili all’ottima scuola anglosassone del Terzo Millennio, così come digressioni nel rhythm&blues e nel rock’n’roll (”Rhythm Revue”, “I’ve Got What It Takes”(Part 3),“The Queen In 3D”) che ne fanno un album dal sound particolarmente solare e positivo, pur rimanendo a tutti gli effetti un disco garage-punk tendenzialmente “vecchio stampo”, del tutto slegato da quella corrente leggera e adolescenziale che è lo skate punk. Piacevole ed energico, ma c’è ancora parecchio da pedalare a livello di personalità: il virus delle sonorità vintage-rock, degli anni ’50 e ’60 - che, intendiamoci bene, è come la vitamina C in inverno, se anche se ne assumono dosi smodate male di certo non fa - , ha colpito anche qui, ma questo non basta a differenziare e rendere uniche le 11 track, già molto legate tra loro a causa della brevità e della velocità tipici del genere. Ci si può lavorare.
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18/07/2011 -
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