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Dannati recensori delle riviste musicali! Se una band come The Decemberists decide di sfornare un disco pieno zeppo di riferimenti, citazioni e sonorità american classic rock, una vera e propria antologia di quanto di meglio ha saputo dire da trent’anni a questa parte, un certo tipo di rock d’America legato al connubio vincente tra sonorità folk e mainstream, (un disco, The King Is Dead detto per inciso, bellissimo a parere di chi scrive) viene accusata di plagio, di eccesso di citazioni, di “già sentito”. Quando invece un gruppo come gli Okkervil River, alfieri coriacei di un filone “indie” americano legato a radici d’America contagiate di elettricità, decidono di mettere su un lavoro che si distacchi da tutto quanto ha scritto, suonato e prodotto la band fino ad ora, provando a scartare da una posizione e da un riconoscibilità consolidata, ecco piovere le critiche di chi dice “ma non sono più loro, ma non capisco perché vogliono cambiare...” e così via.
I Am Very Far, l’ultimo attesissimo disco degli Okkervil River, è effettivamente un disco per molti versi coraggioso e sicuramente spiazzante. Per chi ha amato l’inattaccabile e massiccio concept che era Black Sheep Boy, ma anche la doppietta più recente costituita da The Stand Ins e The Stage Names, questo nuovo lavoro della band di Austin, Texas, suonerà strano, diverso, incomprensibile per molti, e probabilmente non soddisferà chi appunto si aspettava che la cifra stilistica della band non subisse scossoni. Will Sheff, leader indiscusso del gruppo, e autore e produttore di tutti i brani, questa volta ha trascinato la sua fedele banda un po’ più lontano del solito (come fa intendere il titolo del disco), nel tentativo di smarcarsi da certi clichè assodati e ormai definiti sia della scrittura che della resa sonora degli Okkervil River. La novità più evidente è quella della veste sonora complessiva e prevalente, delle 11 tracce di I Am Very Far: già dall’iniziale The Valley, dove un beat potente e costante si smorza su un arrangiamento ricco, ricchissimo, dove archi, chitarre più o meno levigate ed una voce confusa consapevolmente nel mucchio, presentano una band che sembra totalmente nuova. La successiva Piratess si muove su un morbido giro di basso che si porta appresso tutto il resto della ciurma su un tessuto quasi troppo vellutato per essere rock, La voce a tratti sgraziata di Will Sheff, che eravamo abituati a sentire, sembra irriconoscibile: si muove a tinte tenue e su registri controllati. Ma la cosa che sorprende di più è che anche in brani più gridati, come White Shadow Waltz, l’amalgama sonoro, sempre molto vistoso, inghiotte tutti gli spigoli lasciando un pianoforte battente ed una batteria da fanfara a prevalere e ad emergere.
Al di là della sorpresa, però, la qualità molto spesso non manca, e si intuisce e si coglie col passare degli ascolti. Nella stesura dei testi, Will Sheff lascia libero sfogo alle sue visoni, alle sue ossessioni, mescolando con buona ispirazione la sua solita capacità di unire il concreto, il vissuto e il quotidiano, con l’onirico, l’impossibile, il desiderio e l’ossessione. La sontuosa We Need A Myth, un po’ per tutto quanto fin qui scritto, è un esempio molto significativo. Dall’attacco quasi epico e sospeso, allo sviluppo con doppia modulazione di tonalità, quasi disturbante all’ascolto, il brano si sposta su una ritmica di chitarra elettrica quasi fuori luogo, per poi adagiarsi sul pianoforte e su una ritmica cadenzata. Ad evitare il terzo “quasi” che equivarrebbe ad un brano fuori fuoco, il colpo di classe: il brano cresce col sollevarsi della tonalità, e si adagia su un pedale di archi assolutamente emozionante, con un incedere maestoso che alla resa dei conti conquista. Ecco, questi non sono i vecchi Okkervil ma lasciano intravedere autentici sprazzi di puro talento. E’ poi vero che non mancano gli episodi dove invece è più facile riconoscere il vecchio sound, e i meccanismi che ci hanno fatto amare fin qui Will Sheff e compagni. Così la cavalcata epica e inarrestabile di Rider, in un tripudio di chitarre (ben 7 che suonano contemporaneamente nel pezzo) e batteria (due drum set utilizzati per la sessione di registrazione sempre di questo ma anche di altri brani), oppure la tinta notturna assolutamente carica di emozioni di Hanging From A Hit, arricchita anche dal suono di tromba.
Will Sheff ha detto che era stufo di un certo modo di scrivere, e di fare musica, e così il tentativo di spostare il fuoco della sua ispirazione e la resa sonora e di arrangiamento di tutta la band, presenta com’è logico che sia, alcune inevitabili sbavature, e alcuni momenti onestamente prescindibili (la Show Yourself che si trascina un po’stancamente) o che restano a metà tra il vecchio e il nuovo senza conquistare del tutto (vedi Lay Of The Last Survivor), mentre il tentativo di coniugare al meglio una sonorità più morbida e meno asciutta, più ricca, e l’urgenza espressiva quasi nervosa caratteristica di molto degli Okkervil River fino a qua, trova la sua espressione più efficace e completa nel brano Wake And Be Fine: epica e sgraziata come ricordavamo la band, nell’esecuzione, ma ricca di movimento e stratificazioni sonore come la cifra prevalente di questa I Am Very Far.
Insomma, a dispetto di qualche critica o di qualcuno che avrebbe preferito una nuova replica senza colpi di scena, gli Okkervil River provano a sentirsi vivi e vitali, al prezzo di qualche eccesso o qualche momento non entusiasmante, ma senza essersi persi per strada come qualcuno vorrebbe farci credere.
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