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Che l’Emilia-Romagna fosse terra di rock fino al midollo non lo scopriamo oggi, ci mancherebbe. Sarà qualcosa nelle tagliatelle, o ancor più probabilmente nel lambrusco; comunque sia, questa simpatica regione (a dispetto del fatto di includere alcune delle cattedrali della più irrecuperabile truzzeria discotecara, vedi Riccione e dintorni) non manca mai di lasciarci di stucco per l’elvetica puntualità con cui sforna band che, in un mercato discografico meno lobotomizzato dell’attuale, sarebbero ben degne di riempire di calci nelle palestratissime natiche qualunque fenomeno da classifica/ Sanremo/ talent show e via vandalizzando. Dio, che soddisfazione sarebbe!
Chiusa la parentesi geografico-esistenziale, andiamo a parlare dei Bi-Polar Sluts, che sono per l’appunto una di queste eccellenti band e che giusto in questi giorni ci presentano il loro spettacolare debutto Out 4 Dinner per Black Fading Records. Una fiammata smodata, veemente, ricostituente e pirotecnica, qui hard rock, là street&sleazy, un po’ più in là ancora spudoratamente skate punk... In una parola, rock, rock e ancora rock! Magari a livello tecnico e compositivo non c’è molto da dire, si tratta in larga parte di formule ampiamente collaudate, e i passaggi “di bravura” sono pochi e discreti, come l’assolo di Keep Screaming; il vocalist regge bene il carico, e anche se a tratti non si capisce se tenti di imitare Bruce Dickinson, o forse Brian Johnson, dimostra comunque di possedere una certa versatilità. Va benissimo così, lo scopo non era né quello di mostrare i muscoli, né di filosofeggiare; tant’è che anche gli eccellentissimi ospiti che si sono scomodati a suonare su Out 4 Dinner, da Luciano Girardengo (Paolo Conte, Francesco Renga) a Georgeanne Kalweit (Vinicio Capossela) a Beppe Cantarelli (Quincy Jones! Michael Jackson! Mina!!) hanno capito lo spirito di questa avventura e ci si sono calati perfettamente. E’ vero che i Bi-Polar Sluts suonano un po’ commerciali e ancora immaturi, per certi versi; ma che bello trovare in un solo disco tutta questa forza, lealtà e freschezza, con alcuni picchi di wall of sound in cui è raro imbattersi (I Can’t Stand It, Keep Screaming di cui è già in circolazione un video, Listen To Me e soprattutto la fortissima Believe), accostati a sorprendenti momenti springsteeniani (Never Trust A Woman) e a passaggi spaventosamente catchy che non mancheranno di teletrasportarvi all’istante sul lungomare di Santa Monica (Treat U Bad).
Se proprio vogliamo trovargli un difetto - e lo faremo, per pura e gratuita bastardaggine -, avrebbero dovuto fermarsi all’undicesima traccia. Il prolungamento dell’album gli ha un po’ fatto smarrire l’energia e il filo del discorso, e gli ultimi tre brani più l’outro suonano tangibilmente meno infiammati del sacro fuoco del rock rispetto ad una prima frazione che è puro godimento. Più sintesi, meno ansia, e tutto andrà benissimo. Horns up!!
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