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Beirut
The Rip Tide
2011
Pompeii Records
di Fernando Rennis
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Un bohemien non ha fissa dimora nè una meta, girovaga contaminandosi e contaminando. Non conta tanto il viaggio in sè quanto riuscire a far ascoltare i colori e far vedere i suoni. Imprimere, insomma, delle cartoline indelebili nelle emozioni di chi incrocia il cammino artistico di quest’anima libera ed errante. Poco importa quindi che l’Ep March Of Zapotec (2009) non abbia lasciato che una manciata di polvere e qualche lontana eco di quel capolavoro di Gulag Orkestar (2006) e del suo discreto seguito (The Flying Club Cup, 2007), perché The Rip Tide è un capolavoro.
Il vortice dei Beirut è un ossimoro: nessuna forza devastante, semmai un disco da ascoltare mentre la macchina percorre una strada che si srotola tra i campi verdi e gialli, colorata di tinte emotive da un tramonto estivo che insieme al panorama e alla musica offre uno spettacolo indimenticabile. Ad aprire le danze (mai come nel caso del gruppo di Zachary Condon questa espressione è chirurgicamente esatta) è A Candle’s Fire: una fisarmonica precede di poco una marcia cadenzata da una batteria che racchiude benissimo la strofa, il ritornello è affidato agli immancabili fiati e riporta alla mente fin troppo bene la melodia di Have You Ever Seen The Rain? dei Creedence Clearwater Revival. A ridosso della prima traccia c’è un ritratto ritrovato nel baule della nonna, un ricordo dei tempi andati segnati dalla spensieratezza della gioventù e dal cielo blu di Santa Fe. Seguono due episodi in cui l’emozione si fa avanti spingendo dietro il ritmo: Ancora luoghi, ancora cartoline tanto paesaggistiche quanto emotive: East Harlem e la splendida e delicata Goshen 1 (“what would you hide from such a glow /if I had only told you so?”). Un altro momento intriso di carica emotiva è certamente la traccia che dà il titolo all’album: in The Rip Tide i fiati disegnano linee sinuose che crescono e diminuiscono in parallelo a quelle tratteggiate dai tasti del pianoforte. E poi c’è Port Of Call, la traccia più simile alla loro hit, Elephant Gun. Musicalmente siamo immersi a pieno nella matrice strutturale di tutto l’album: un crescendo per aggiunta di strumenti. Prima un ukulele che scandisce gli accordi del pezzo, poi la voce inconfondibile di Zachary che recita “and I, I called trhough the air that night/ a calm sea voiced with a lie/ I could only smile, I’ve been alone some time/ And all, and all, it’s been fine” a cui si sovrappongono pianoforte, xilofono e gli immancabili fiati che costituiscono il ritornello. Lascia senza fiato la ripresa della seconda strofa e il finale ad incedere.
“It’s time you rise or fail” canta Condon a metà album: trentatré minuti vi basteranno per capire quanto lontano sia il fallimento.
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19/08/2011 -
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