|
Quando si dice l’attitudine. Teri Gender Bender (al secolo Teresa Suaréz) ha capito benissimo che spesso e volentieri – e ancor di più per un genere come quello suonato dai suoi Le Butcherettes – conta molto più quello che fai vedere, rispetto a quello che fai ascoltare. Ed ecco spuntare grembiuli insanguinati, donne mascherate e contorte, farina, carne, sangue finto e pure teste di maiale, roba che neanche il nostro Richard Benson.
Certo, il garage punk proposto dalla ruspante messicana (la band è ufficialmente di Guadalajara) fa la sua porca figura nel convogliare i colpi di teatro sul palco. E la presenza in produzione di un certo Omar Rodríguez López, anche bassista in studio per la band, basta per creare quel po’ di hype, tanto bramato di questi tempi. Alla fin fine, la band non è neanche male in studio, per quanto la sua dimensione naturale sia di certo quella live. Già con Tonight la nostra Teri, a tratti paurosamente simile a Linda Blair in alcune delle sue performance mimiche, ci dà dentro: ritmo serrato alla Cuore Matto, tastierino vintage zompettante e la voce che dilania i solchi, con quella spruzzata di riverbero per dare corpo al tutto. La successiva New York è uno dei migliori pezzi del lotto: danza macabra che piacerebbe a Robert Rodríguez, due accordi facili facili e la potente voce della Suárez, qui in ottima forma e protagonista di allunghi notevoli. Anche Henry Don't Got Love non abbassa le aspettative, con quegli accordi sostenuti della strofa che fanno pensare agli Yeah Yeah Yeahs (per i quali Le Butcherettes hanno non a caso aperto alcuni concerti) e il ritornello che scaraventa tutto fuori in una sfuriata punk; buona trovata nel finale, con gli archi in tensione che anticipano la scarica finale. I suoni quasi a 8 bit della tastiera di The Leibniz Language, sempre più presenti mentre procede il pezzo, lasciano scappare qualche sbadiglio, né serve il valzer finale a riscattare molto le sorti del brano, benché Teri riesca a metterci una pezza. Con Bang! si torna ai più consueti ritmi garage punk e la quota si risolleva, con una strofa quasi rappata dalla Bender, mentre l'intro solo voce e tastiera di All You See In Me Is Death ricorda per intenzione qualcosa dei Suicide, per poi rincanalarsi su territori più battuti. Riko's Smooth Talking Mothers non va molto al di là di quanto già ascoltato, ma The Actress Who Ate Rousseau cerca di ampliare il raggio e proporre qualcosa di diverso. La conclusiva Mr Tolstoi, nella sua eccentricità, non convince per niente, con la Bender che finisce per rendersi fastidiosa, per quanto dal vivo il brano lasci ampi margini all’improvvisazione, soprattutto scenica.
Una “one-woman band” che gira intorno all’estro della sua cantantessa, dotata di buona voce e capacità vocali, ma tendente a strafare. Almeno su disco. Dal vivo è alquanto probabile che le cose diventino più roventi e schizoidi e, quindi, più interessanti.
|