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I Dream Theater sono i genitori di quel circo sonoro imponente e rutilante che prende il nome di prog metal, e ne hanno metabolizzato profondamente bellezze e punti deboli. Chi ama la canzone diretta e schietta ben difficilmente riesce ad apprezzare la magniloquenza e l’esasperazione tecnica del prog, che spesso e volentieri sconfina nella megalomania. In sostanza, i progster sono considerati un po’ dei pericolosi maniaci, potenzialmente in grado di uccidere a colpi di assoli di chitarra interminabili e ingarbugliatissimi tappeti tastieristici. A Dramatic Turn Of The Events è l’ennesima prova – se mai ce ne fosse stato bisogno – che quando John Petrucci e soci evitano di complicarsi l’esistenza e di complicarla agli altri, e si limitano a scrivere canzoni belle e pulite come solo un grande musicista sa fare, allora sì che la loro prova diventa veramente da standing ovation.
Va anche aggiunto che si trattava del primo lavoro in cui bisognava fare i conti con l’assenza di una colonna portante della band, il polipante batterista Mike Portnoy, che nel frattempo ha collaborato con gli Avenged Sevenfold (contento lui, contenti tutti): il suo sostituto Mike Mangini era chiamato a una prova da far tremare i polsi, e il carico da reggere poteva rivelarsi eccessivo per il gruppo. Ma Mike si è dimostrato grande professionista, così come i suoi nuovi colleghi, e in attesa di scoprire se diventerà il nuovo batterista dei Dream Theater possiamo così goderci un album vario e multicolore, ancorché non all’altezza di alcuni suoi predecessori per potenza e forza evocativa. On The Back Of Angels parte subito con uno dei tipici riff taglienti e suggestivi di John Petrucci, a cui fanno da contrappunto le consuete tastiere neoclassiche e un’insolita linea vocale cantilenante di James La Brie. Build Me Up, Bring Me Down è una delle track più convincenti, groove, nervosa e inquietante al punto giusto, seppur con una struttura chiara e lineare che ne facilita l’ascolto e la comprensione. Come già ampiamente anticipato, la semplicità al potere dovrebbe essere la bandiera dei Dream Theater, che quando tirano fuori ballad limpide, cristalline, sublimemente melodiche come This Is The Life, Far From Heaven e Beneath The Surface conquistano molto più agevolmente che con i mille arzigogoli, invero non sempre riuscitissimi, di Lost Not Forgotten e Outcry, che risultano davvero troppo logorroiche e affettate. Bridges In the Sky conferma la volontà della band di cimentarsi con sonorità oscure e morbose, e raggiunge un buon equilibrio tra tecnica ed efficacia, così come la ben più melodica e malinconica Breaking all Illusions.
A livello emotivo, certamente non si può dire che non si senta, almeno un po’, la mancanza della grinta di Portnoy. Ma i Dream Theater, per loro stessa natura, sono condannati ad essere una band senza requie, in continuo mutamento, camaleontica, incontentabile, e ciò è bene, perché la soddisfazione e la consapevolezza di essere “arrivati” fanno adagiare e spengono la scintilla. Ogni loro album segna un passaggio diverso delle loro vite e della loro straordinaria carriera e, se non ci piace, non c’è che da attendere un’altra svolta degli eventi.
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