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Con più di venti album spalmati in quindici anni e con le pretese piu basse di un naked i Boris pubblicano un ennesimo lavoro a dieci tracce (per disco) che nel titolo ci richiede gentilmente di prestare la massima attenzione (durante l’ascolto?). Chi siamo noi per ingnorare il loro consiglio?
Nessuno, quindi deposta ogni aspettativa o pregiudizio ci addentriamo in Attention Please fatto d’elettronica al mace(llo)ro, potente e visionaria, vicina al post sbornia elettronico dei Nine Inch Nails (Part Boy) e alle atmosfere dei Cure che flirtano con gli Smashing Pumpkins (Hope). Basta? No, affatto perche l’incipit è affidato alla vellutata voce di Wata che (so)spinta dalla cassa dance ci conduce dove nessuno di noi si sarebbe aspettato di ritrovarsi (Attention Please). Se non li avete mai visti da vivo vi basterà sapere che questi tre incurabili fulminati hanno una lista di collaborazioni lisergiche cosi lunga che Timothy Leary potrebbe covare qualche gelosia. È qualcosa di nuovo e inaspettato quello che invade il suono di Attention Please: Wata prende le redini del canto, si può quasi tastare concretamente la sua presenza, come se fosse fisicamente accanto a voi durante lo scorrere dei minuti. I disturbanti loop, le chitarre acide, il canto a nenia creano un’atmosfera estraniante che genera stordimento dei sensi. Quando pensi di aver capito in che tonalità scrivere la recensione improvvisamente il maestro, o i maestri se preferite, cambiano rotta mutando in qualcosa che si divincola (Aileron), che si snoda in modo sibillino (You) verso un finale che lascia smarriti e felici. Les Paul Custom ‘86 infatti è un brano dance violentato e paranoico, ancorato ad un riff infettato dall’elettronica sulla cui base si staglia fermamente la voce di Wata che confluisce sucessivamente nell’aggressiva Spoon. Chiude Hand In Hand che, come per You e altri passaggi più rarefatti, si aggira come un fantasma elettrico lasciando una scia magnetica e oscura.
Heavy Rocks, che non ha dimenticato il suo gemello del 2002, porta nelle vene il suo stesso sangue, la sua stessa potenza distruttiva. Questo secondo capitolo ha tutto ciò che ti aspetti da un disco pesante dei Boris: le chitarre vengono aggiunte li dove erano state bandite, gli amplificatori ruggiscono fieri e scintillanti, alla voce morbida di Wata si sostituisce l’aggressione ferina di centinaia di watt uniti a montagne rocciose di feedback che ridurrebbero in poltiglia anche la scocca in titanio di un fottuto Mig. Si passa dallo space-rock elegante di Leak – Truth, Yesnoyesnoyes a bordate motorheadiane in Galaxians il tutto immerso, anzi totalmente affogato, in un’accecante produzione Seventies che vi farà elargire fluidi umorali e costringerà ad atti di vandalismo dentro casa vostra. Alla fine le convulsioni si impossesserano di voi che, come un eroinomane in botta, rimetterete play per una nuova dose. Non mancano i momenti più eterei (Missing Pieces) come era già successo in Attention Please.
I Boris hanno voluto giocare con la dualità, con ambo i lati della medaglia, se volete questo è il loro Cigno Nero, dove la dolce melodia pop del primo abbraccia la devastante e altrettanto bella potenza dell’”heavy rock”. Che manipolino i drone o suonino il metal, che sia space (rock) o pop psichedelico quello che decidano di masticare i Boris si muovono con una scoltezza che farebbe invidia a chiunque. Anche in questo Heavy Rocks insomma gli stilemi tanto cari alla band sono tutti presenti e mai invadenti, non ci sono cadute di stile nè inutili doppioni. Il tanto agognato passo in avanti c’è stato, il trio ha conficcato i suoi artigli nel grembo dell’evoluzione mostrando una capacità micidiale di rinnovarsi senza denaturare il loro percorso. Sarà perchè sono orientali e saggi o perche il mix fra esperienza e pazzia lambisce la perfezione ma sta di fatto che i Boris oggi sono dei fuoriclasse, nonostante gli anni passino inclementi per tutti.
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