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Cosa succede quando Dave Stewart degli Eurythmics telefona dalla Jamaica a Mick Jagger per proporgli un progetto musicale insieme a Damian Marley che mira a fondere lo stile reggae con il rock’n’roll e magari con un pizzico di sonorità indiane? Succede che Mick Jagger risponde “Ok, alla grande! Allora chiamo subito il mio amico Allah Rakha Rahman... E pure Joss Stone!” Per inciso, il signor Rahman è tra i più stimati compositori indiani di colonne sonore, nonché già vincitore di un Golden Globe e di due premi Oscar per le musiche della pellicola The Millionaire (miglior colonna sonora e miglior canzone originale). L’ambito della colonna sonora tra l’altro era già stato teatro della prima collaborazione tra Mick e Dave, che insieme collaborarono per la composizione della soundtrack del film Alfie. I ben informati raccontano di un Jagger molto coinvolto in questo progetto, in particolare per la prospettiva di tentare una convivenza di tanti generi e di immergersi nella sperimentazione, cosa che ai tempi degli Stones non aveva mai disdegnato, anche se la full immersion era sempre stata evitata, preferendo rimanere sui binari del rock. Prima di partire alla volta dei Jim Henson Studios di Los Angeles, Mick Jagger ha chiamato a raccolta anche un’altra sua vecchia conoscenza, la giovane, bella e talentuosissima cantante soul Joss Stone, con la quale aveva già collaborato in passato in occasione dell’incisione di un singolo natalizio. Le infinite jam sessions iniziarono già dall’inizio del 2009, dando vita a una quantità veramente “pesante” di materiale, il gran segreto su questo progetto venne svelato al Rolling Stone Magazine dallo stesso Mick Jagger solo il 20 maggio 2011, che possiamo quindi indicare idealmente come data di nascita ufficiale dei SuperHeavy.
L’album omonimo, anticipato dal singolo Miracle Worker (che non è la cover dei Brogues) ha ovviamente attirato l’attenzione del mondo intero vista la caratura dei componenti di questo nuovo super-gruppo, facendo immergere immediatamente l’ascoltatore nell’inconfondibile clima reggae che l’arrangiamento di “Jr Bong” a.k.a. Damian Marley ha dato al sound del pezzo. Influenza spiccatamente reggae senza troppo da dire anche in Beautiful People. Tra le sedici tracce della “deluxe edition” del disco si possono trovare tantissimi spunti, un grande minestrone, ma di quelli buoni... Come spessissimo accade i super-gruppi rischiano spesso di essere “tanto fumo e poco arrosto” o che comunque accada che certi connubi e formazioni composte da esponenti di spicco appartenenti a universi musicali diversi stimolino molto la fantasia, ma poi deludano dal punto di vista pratico, con prodotti che in realtà non sono né carne né pesce, oppure solo carne o solo pesce, quando invece il risultato sperato sarebbe stato un ibrido fantastico... come una bistecca con il sapore dell’aragosta! Il primo esempio succulento, anche se forse alla lunga risulta un po’ stucchevole, è l’apripista del disco (il cui artwork per la copertina è stato messo nelle mani di Shepard Fairey, celebre per aver ideato la grafica per la campagna elettorale di Barack Obama) dal titolo che osanna il nome del gruppo e quindi dell’album stesso, SuperHeavy, che si apre con sonorità etniche, ritmi tribali ma scanditi da synth e schitarrate buttate qua e là con l’incedere della voce di Jagger, incalzato da vocalizzi in stile tipicamente indiano e concluso con un tappeto di violini. Tra i brani più entusiasmanti e (guarda un po’...) “energici” del disco merita un posto di rilievo Energy, che si apre con un avvicendamento di synth e chitarra distortissima molto catchy nel quale Marley inizia a rappare e che sembra una versione di quanto di meglio potrebbero mai fare i Black Eyed Peas nella loro intera esistenza, finchè non irrompono coralmente la Stone e Mick Jagger, con un ritornello trascinante, seguito da un fantastico susseguirsi di armonica e chitarra a cui poi si aggiungono nuovamente i due vocalist fino all’esaltante conclusione. Stendiamo un velo pietoso sull’ultimo singolo estratto, dal nome Satyameva Jayathe, che sembra un pezzo di Shakira, e su Hey Captain che invece sembra un featuring tra Sean Paul e i Black Eyed Peas. I fan dell’ultimo corso dei Rolling Stones hanno di che rifarsi le orecchie con alcuni pezzi di marcata influenza delle pietre rotolanti, tra i quali annovero One Day One Night, in cui la voce di Marley e gli archi fino alla cavalcata in stile indiano non fanno che creare dei semplici “diversivi”. Altro caso di influenza rollingstoniana è Never Gonna Change, che ricorda molto Always Suffering e Streets Of Love, caratterizzata tuttavia dal mandolino. Can’t Take It No More invece ha spinta e verve degne dei cavalli di battaglia del periodo tra fine anni Settanta e primi Ottanta, nessuna sperimentazione, solo rock’n’roll. La vera essenza di quest’esperimento musicale invece risiede in Rock Me Gently, che inizia come una ballata rock, più che vagamente stonesiana anch’essa, la prima parte è cantata principalmente da Damian Marley, che poi inizia ad avvicendarsi con Joss Stone, finchè di colpo il ritmo accelera e l’atmosfera diventa reggae, solo per un breve inciso, poi si torna ai ritmi precedenti, fino alla conclusione in cui la batteria è sostituita dai bonghi. Glorie personali per Joss Stone, che esalta le sue doti canore nei pezzi Mahiya, che con ogni probabilità spopolerà nel mercato indiano, dal momento in cui le sonorità non evadono mai dal sound “panjabi” e Common Ground, divertentissima e caratterizzata da un ritmo quasi ska.
Crediamo alla storia delle jam senza fine, si parla di quasi trentacinque ore di musica partorite nelle sessions che hanno preceduto il missaggio del disco, ma molti brani hanno purtroppo un forte retrogusto di “riempitivo”, che fa calare sul lavoro intero, al quale mancano dei veri e propri “pezzoni”, un’idea di album non necessariamente “inutile”, perché sarebbe davvero troppo ingeneroso definirlo così, tuttavia l’impressione è quella che se lo stesso album fosse stato composto da illustri sconosciuti non avrebbe riscosso poi tanta attenzione. Forse però un album di questo genere non avrebbe mai visto la luce, vista la difficoltà di far incontrare specie così differenti di artisti, senza contare che il “super-peso” (passatemi il riferimento che si sposa col nome della band) degli interpreti in questione garantisce quella qualità che sicuramente non manca agli arrangiamenti ed alla ricercatezza dei suoni.
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