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Siamo d’accordo, Blackwater Park è stato uno di quegli album che non riescono due volte nella vita, neanche ad un genio assoluto come Mikael Akerfeldt; però è vero anche che quando uno dice “Opeth” sa di cosa parla, qui abbiamo a che fare con l’Arte nel senso alto della parola, e accettare la nuova veste dei nostri eroi è solo questione di apertura mentale.
Evoluzione spiazzante e sorprendente quella della band: scordatevi le tempeste sonore amplificate dal growl di Akerfeldt, qui le scale e il riffing maniacali tipici degli Opeth sono reinterpretati in funzione di un moderno prog-rock, a tratti jazzeggiante. Se ancora non siete adeguatamente terrorizzati, probabilmente ricorderete che questa idea già affiorava da alcuni dei lavori più recenti; in Heritage gli Opeth non hanno certo dimenticato di essere metallari, ci mancherebbe, ma forse se avessero accantonato con più decisione il metallo (temporaneamente, ci mancherebbe altro), il disco sarebbe risultato forse più incisivo e meno labirintico. L’impressione generale è che questo melange di Blind Guardian, Jethro Tull e Opeth avesse bisogno di sedimentarsi un po’ meglio, ma il risultato, frutto di una perizia tecnica irraggiungibile ai più, è comunque notevole.
L’intro per solo piano non si discosta complessivamente più di tanto da quel retroterra un po’ spettrale che gli Opeth ci hanno abituato a conoscere. Il discorso cambia già con The Devil’s Orchard, melodrammatica e quasi recitativa, evidente tributo a Pink Floyd e Blue Oyster Cult, e la morbida ballad acustica (con un’accelerazione piuttosto incongrua verso la fine, e non è l’unico caso all’interno dell’album) I Feel The Dark. Slither e The Lines In My Hand sono dei bei pezzi carichi e tirati, mentre la successiva Nepenthe un suggestivo e aereo brano strumentale jazz-rock. Seguono episodi per nulla memorabili come Haxprocess, Folklore e Famine. Cosa va e cosa non va in questo vortice di idee già si è detto: tanta qualità, tanta immaginazione, troppa fretta. Che il prepotente ritorno del prog anni ’70 che, anche sotto forma di metal, sta conoscendo un’autentica rinascita, abbia influenzato Akerfeldt e soci è poco ma sicuro. In realtà, però, sappiamo che gli Opeth hanno la forza e la maestria per essere semplicemente se stessi, senza conformarsi a nulla che non siano le proprie ambizioni. Quindi, li inviteremmo, la prossima volta, a riflettere con più calma su quello che vogliono davvero ottenere.
Caro Mikael, non preoccuparti, che tanto noi siamo sempre qui... Non ci sogniamo neanche di abbandonarvi!
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