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A volte scrivere un articolo su una nuova promessa può essere rischioso e molto scivoloso perché la “next big thing” che è sempre dietro l’angolo può fuorviarne il giudizio. Se prendete il cd e lo mettete nel lettore senza vedere l’involucro il gioco può anche diventare divertente e rompe la monotonia dell’effetto “sotto un altro”. In particolare questo colpisce chi vive la bulimia da ascolto continuo di musica ma qui la scoperta è stata casuale, perché bisogna ammetterlo, anche noi addetti ai lavori a volte ci facciamo scappare qualcosa. Quando un amica me lo ha passato dicendomi: “la conosci questa giovane cantante belga!”, subito mi sono detto, “mah! sarà il solito palloso folk cantautorale oppure qualcosa di commerciale da radio hit”. Beata supponenza, mai fidarsi degli stereotipi nei tempi della globalizzazione, anche se bisogna dire che l’Ep d’esordio ”Black Part Love” del 2008 era composto di 6 brani con il solo accompagnamento della chitarra acustica e ben 5 di questi sono presenti in ”Selah Sue”, ma è tutt’altra musica! Tornato con i piedi per terra mi sono messo ad ascoltare la ventiduenne Sanne Putseys aka Selah Sue che uscita dal guscio di Lovanio, cittadina fiamminga nota perlopiù agli studenti dell'Erasmus per la sua Università, nel marzo di quest’anno ha dato alla luce l’omonimo disco, 12 brani che spaziano dal soul al reggae, si avventurano nei ritmi dell’R&B e nei sampler dell’hip-hop. La ragazza ha un anima profondamente ‘black’ a dispetto delle sue fattezze decisamente nordeuropee e a suo dire si ispira ad alcune delle figure più carismatiche dell’ambiente come Erykah Badu, Lauren Hill e Meshel N’degeocello (produttrice del brano ”Mommy”), duetta con Ce-Lo Green in ”Please” e ha inoltre ha avuto il plauso di ‘sua maestà’ Prince che l’ha voluta come ‘opening act’ per uno dei suoi concerti. Selah Sue ci propone così in questo suo esordio un mix personale dei generi che queste influenze musicali l’hanno ispirata e questi brani, che si è scritta da sola, alla fine ci danno la sensazione che la ragazza il talento ce l’ha davvero. Abbiamo dato addio il mese scorso ad Amy Winehouse, un altro esempio di interprete che ha lasciato un segno indelebile nell’ultimo decennio della musica soul, ma anche lei non era afro o americana e non c’è dubbio che il suo fantasma aleggi sull’interpretazione vocale di alcune canzoni contenute in questo cd, vedi ”This World” e ”Crazy Vibes”. In ”Peace” e ”Raggamuffin” le doti vocali della giovane Selah si armonizzano con la chitarra acustica e i midtempo della batteria virando verso un drum and bass dal sapore caraibico, ”Black” è un misto di funky e soul dove si fa fatica a stare fermi. ”Mommy” è la prima ballad dell’album, chitarra pizzicata, pianoforte e percussioni sullo sfondo ne fanno una piccola gemma dal sapore quasi folk esaltando le qualità armoniche della ragazza che si ripetono nella successiva ”Explanations” sempre chitarra e voce. Con ”Please” si torna indietro nel tempo al Motown sound, organo hammond, fiati e percussioni drum & bass con l’incedere di Ce-Lo a supporto del tutto ma che non la fa minimamente sfigurare, mentre nel successivo brano ”Summertime” Selah Sue si riprende decisamente la scena con una interpretazione sincera dove tra armonici di chitarra e piano riesce a toccare le corde dell’emozione. La successiva ”Crazy Sufferin Style” ci risveglia bruscamente dal sogno ma è il brano meno efficace dell’album a mio avviso, “Fyah Fyah” è un degno tributo ad Erykah Badu mentre ”Just Because I Do”, brano che chiude l’album, fa il verso ai Massive Attack, veri maestri del trip hop. Per essere un album di debutto ci sono tutti i presupposti per un futuro luminoso e la giovane cantante belga, studentessa di psicologia, benché dotata di una forte personalità, dovrà dimostrare di meritarsele sul campo tutte queste attenzioni e per chi volesse verificare di persona le sue capacità l’appuntamento è il prossimo mese di ottobre nelle due date live di Roma e Milano.
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