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Al diavolo i dinosauri che “un album, per spaccare sul serio, deve essere minimo minimo “Butchered At Birth”", e che saranno senza dubbio inorriditi alla notizia che i Mastodon fossero in odore di mainstreamizzazione, essendosi peraltro affidati ad una nota major e al produttore di Jay-Z (argh!) e Alanis Morrissette (doppio argh!) per l’assemblaggio di The Hunter. Per inciso: per spaccare, l’album spacca di brutto assai; indubbiamente in modo più ponderato di Remission e Leviathan, ma, per l’amor del cielo, di cosa stiamo parlando? Di ascoltare della buona musica, o di passare tutto al tritacarne secondo il sacro criterio del ‘growl’ e del ‘blast beat’ (che nessuno qui si sogna di rinnegare, sia ben chiaro)?
Bello, bellissimo, ma non somigliano mica tanto ai Mastodon: questo, in sintesi, il contenuto generale dei commenti sulla preview ufficiale di The Hunter che la band ha postato su YouTube (santi subito). Confermiamo e ratifichiamo la vox populi, ma il pubblico dei Mastodon si è talmente espanso in questi anni - passare dai palchi degli Isis, dei Converge e dei Melvins al David Letterman Show non farà molto “duri e puri”, ma ha i suoi vantaggi, ci mancherebbe – che un’evoluzione appariva inevitabile, oltre che ampiamente anticipata da Crack The Skye e in parte da Blood Mountain. Elementi chiave: l’uso diffuso delle tastiere e quello esclusivo delle clean vocals, piuttosto che le chitarre multistrato e i cori vibranti e suggestivi di Hinds e Sanders, che la maggior parte di noi conosce come urlatori senza risparmio, e in effetti qualche preoccupazione su quale sarà la resa in sede live sorge spontanea. Archiviati lo sludge metal e le follie percussionistiche targate Dailor, che imprimevano al sound dei Mastodon primigeni una caratteristica nota indemoniata e delirante, il nuovo sound insegue melodie maestose dal sapore vagamente space rock: il tutto ben rappresentato nella prima parte dell’album, da brani come (si notino i titoli criptici e quasi floydiani) The Hunter, Curl Of The Burl, Black Tongue, Blasteroid, Stargasm, Octopus Has No Friends, All The Heavy Lifting. Nel finale si torna a sentire qualcosa di più metal con quello che è probabilmente il miglior trittico dell’album, Spectrelight, Bedazzled Fingernails e The Sparrow, massicce, ben intrecciate, sembrano vivere di vita propria pur avendo, per quella che è la media dei Mastodon, una durata da “tormentone da hit parade”, tre-quattro minuti e via, si passa oltre.
Commerciale? Forse. Ammorbidito? Senz’altro. Evoluto? Anche. L’importante è questo: senza snaturarsi e senza cedere eccessivamente alle pressioni dell’industria, i Mastodon hanno tirato fuori un gran bell’album, alla faccia di qualche ottuso che si ostina a voler vedere solo ed esclusivamente cattiveria ed attributi. Il coraggio è di chi cambia, e di chi lo fa bene. L’unica perplessità rimane sulla resa dal vivo di canzoni che sembrano palesemente destinate ad un ascolto più intimistico e ragionato di quello a cui ci hanno abituato i metallarissimi Mastodon, ma è un dubbio che speriamo di poter sciogliere presto.
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