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Fautori di un minimalismo sintetico che si traduce in suoni neri e pagani, mondi mitologici accostati a purismi vocali e sintetizzatori datati, i Ladytron sono considerati come dei moderni guru dell’elettronica, figli di Human League e Depeche Mode, Roland e Korg per effetti essenziali diluiti nel tempo, chiari riferimenti di genere e sorta. Il 2011 sembrerebbe aver giocato a loro favore, di ritorno dopo Velocifero (2007) a gennaio incastonano un Best Of dell’ultimo decennio che predispone bene il terreno alla pubblicazione dell’ultimo Gravity The Seducer, come a dire: ricordatevi chi siamo, cosa abbiamo fatto che il resto (la novità?) ve lo suoniamo noi.
Canzoni di consolazione per i fan dell’ultima ora, dodici tracce tese ad uno stile misterioso e suadente che mescola momenti di leggerezza e intensità melodica fin dal primo ascolto. Co-prodotto con Barny Barnicott, sound-engineer della band nel 2004 e già all’opera con Arctic Monkeys, Kasabian ed Editors, l’album si conferma su buoni livelli, prendendo in prestito tutti gli stereotipi possibili dell’immaginario hypno-tronico femminile con una venatura di commistione creativa d’alto borgo, cioè professionalizzante. Trame contagiose e allusioni sussurrate che nell’esile scheletro delle atmosfere dark (White Elephant, Mirage, White Gold) giocano a rimandi misteriosi senza troppa profondità di tono (Ace Of Hz, Ritual), tanto da credere che qui i Ladytron stiano rivisitando commercialmente i Ladytron. Immancabili ballad rifinite dentro un castello che dovrebbe suonare macabro ed elegiaco, ma che nei fatti, poi, si carica solo di marzapane lasciandosi addolcire da un piano monocromo e assillante in puro electro-clash (Moon Palace, Altitude Blues). Allontanano, invece, le tentazioni verso il troppo facile alcuni pezzi del conteggio finale che decretati nel minutaggio complessivo dell’ascolto si rivelano salvifici tirando fuori dal disco una buona incurvatura elettronica, potenziata della necessità virtù strumentale (Transparent Days) e intorbidata da un tasso emotivo studiato sul ghiaccio di una certa eleganza old-Eighties (Degrees, Aces High, Melting Ice).
La gravità di cui parlano i Ladytron seduce un album che non è cattivo, ma neppure ottimo. Se poi prendiamo in considerazione le migliorie passate, i tanti soldi certamente a disposizione per la produzione e soprattutto la velocità e la ricchezza di sfaccettatura di cui si avvale l’elettronica odierna, diventa un quinto capitolo irrimediabilmente discreto. Quindi per risolvere, presto, la faccenda diciamo pure che in medio stat virtus’ cioè sollecitiamone l’ascolto, basta solo non parlare di originalità, sperimentalismo e freschezza.
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