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Nutro da sempre un grande rispetto per gli one man band; prima di tutto per l’estro e il coraggio che sanno dimostrare esibendosi on stage, e in secondo luogo per l’aura mitologica che da sempre è associata ad essi; basti ricordare un gigante della musica nera come Jesse Fuller. Una dimensione sonora quest’ultima, che sta vivendo in questi ultimi anni, a partire dagli Stati Uniti, per estendersi un po’ in tutta Europa, una nuova fiorente stagione. Anche l’Italia non è rimasta a guardare e ad oggi il circuito concertistico nazionale pullula di musicisti, specialmente in ambito folk e blues, che privilegiano quest’assetto. Degno rappresentante di questi ultimi è sicuramente Marcello Milanese, veterano, con oltre vent’anni d’attività, dell’underground blues italiano, nel quale si è ritagliato pian piano un ruolo di primo piano. Ruolo che viene ulteriormente rinvigorito da “Like A Wolf In A Chicken Shack”, sua ultima prova in studio. “No overdubs, no pedal effects, no electronic tricks”, recita perentorio il booklet dell’album, a testimonianza di una ricerca sonora indirizzata verso le radici più arcaiche della musica afroamericana. Un disco acustico, registrato in completa solitudine, nel quale protagonista indiscussa è la granulosa voce di Milanese, accompagnata da una dobro suonata rigorosamente slide o da una chitarra acustica, con il solo supporto ritmico di una stomp box (peraltro costruita dal nostro). Un album in cui vengono sapientemente alternati a brani autografi, succose rivisitazioni di grandi classici della canzone americana, con il personalissimo stile di Milanese come minimo comune denominatore. Stile che è sicuramente debitore nei confronti della tradizione musicale nera, e del blues in particolare, ma che nei brani autografi mostra un’anima quasi cantautorale. Ottima senza ombra di dubbio è la scelta dei brani altrui, tra grandi classici e composizioni meno note, che il nostro assimila e fa sue, come la sanguigna “Built For Comfort”, scritta da Willie Dixon e resa immortale da Howlin Wolf, qui in una sofferta interpretazione per sola voce, dobro e stomp box. Medesimo trattamento per le sempiterne “Amazing Grace” e la charlesiana “Halleluja I Love Her So”, che pur essendo state coverizzate in lungo e in largo per il globo, rifulgono di nuova lucente bellezza, grazie anche al trattamento acustico. “Cry To Me” e “Ring Of Fire” sono invece un sentito e riuscito tributo musicale rispettivamente a Solomon Burke e Johnny Cash, due pilastri della musica americana, dei quali si sente tremendamente la mancanza. Il nostro, forte della propria voce roca e scura si avventura anche in territori waitsiani con una “Jesus Gonna Be Here” a metà strada tra il gospel dei Blind Boys of Alabama e il suo autore, uscendone vincitore. Tra le cover è però “Ain’t Afraid Of Midnight”, dell’indimenticato John Campbell, a brillare per intensità, che seppur privata del suo impianto strumentale elettrico riesce a mantenere intatta l’irruenza dell’originale. Se le cover mettono in mostra la forza interpretativa del chitarrista alessandrino, le composizioni autografe sono la fulgida testimonianza di un talento compositivo ormai affinato, come la suadente title track, la rarefatta “Hang Me Higher” o la sognante “One Day”. L’incalzante “Medicine Man” e la conclusiva “Slides From Mars”, mettono, invece, in mostra una volta di più l’abilità del nostro alla sei corde. Un album, questo “Like A Wolf In A Chicken Shack”, di notevole fattura, ottimamente registrato e ancor meglio suonato.
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