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The Elected
Bury Me In My Rings
2011
Vagrant Records
di Martina Consoli
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Quando una band arriva ad acquisire i primi successi non è facile mantenere la giusta stabilità per continuare a ripetersi. Al pari di quanto avviene nella selezione naturale per le specie animali, solo i più tenaci e quelli che riescono meglio ad adattarsi meglio al contesto esterno alla fine riescono a sopravvivere. Una riflessione di tale genere sarà passata per la testa di Blake Sennet, leader del gruppo americano The Elected, che vanta due album all’attivo, Me First e Sun, Sun, Sun, tra cui soprattutto il primo, uscito nel 2004, si è fatto particolarmente apprezzare all’interno dei confini del nuovo continente. Poi, dopo la pubblicazione del secondo album del 2006, Sennet decise di prendersi una lunga pausa che nel 2010 lo ha fatto arrivare a prendere la decisione di abbandonare definitivamente la musica e dedicarsi ad un’altra sua grande passione ovvero quella della regia. Ma Jason Cupe, amico di Sennet e produttore del secondo album della band, l’ha fatto ritornare sui suoi passi facendo riemergere in lui la passione perduta e la voglia di scrivere qualcosa di completamente nuovo e diverso rispetto a quanto fatto in precedenza.
La ritrovata ispirazione è andata a confluire nella pubblicazione del nuovo lavoro di studio dei The Elected, intitolato Bury Me In My Rings, che oltre al leader vede come membro permanente sin dalla sua fondazione il chitarrista Mike Bloom. Ciò che di più ha risentito dell’ondata di nuova creatività è lo stile musicale della band americana: un nuovo sound caratterizzato da pop avanguardista e rock anni ‘60, nulla a che vedere con le sonorità mainstream degli esordi. Un tratto comune all’intera track-list del disco è l’orecchiabilità: canzoni dirette, semplici che rimangono impresse facilmente nella memoria, specie i ritornelli come quelli di Look At Me Now, See The Light e Babyface il cui effetto finale è un’irrimediabile voglia di cantarli a ripetizione. Canzoni essenziali ma non del tutto mancanti di alcuni tratti di sofisticatezza come in Trip Round The World e Who Are You in cui l’inserimento di strumenti quali il violino, l’ukulele e il lap steel allarga sensibilmente la gamma compositiva. Voci sottili e sibilanti, melodie dolci e tenui accompagnano This Will Be Worth It e Jailbird che ricordano molto gli accordi pop di derivazione beatlesiana (quanto di Here Comes The Sun emerge soprattutto dalla seconda delle tracce sopra citate...). Insomma, la pausa di riflessione a Sennet e soci pare abbia sortito il giusto effetto.
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10/10/2011 -
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