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Nils Frahm
Felt
2011
Erased Tapes
di Mirela Marta Banach
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“Spero di poter portare le persone via in un piccolo viaggio musicale o in un viaggio interiore" dice Nils Frahm, il sorridente ventottenne alle prese col terzo album Felt. Ci è riuscito in passato con squisitezze quali The Bells e continua a riuscirci da buon Ulisse tra ‘odissee’ di tonalità neoclassicamente leggiadri.
Il compositore berlinese non s’accontenta dell’evitabile, scontato, riproponendo modulistiche note ai più, vizio di cui la (neo)classica soffre da molti corsi. Al contrario si diletta tra collaudi più policromatici e aderenti ai giusti canoni della modernità intesa nel suo progresso avanguardistico. Si fa “addestrare” dal rigore di Nahum Brodski e capovolgere nella polistrumentalistico-emotiva ars del danese Peter Broderick. ‘L’Odysseia’ non finisce mica qui: il recente connubio sperimentale con la violoncellista Anne Muller in 7 Fingers lo getta in armonie psycho-elettro con risultati sopraffini. Eppure decide di fermarsi per molteplici ore in una vecchia chiesa riverberante per creare un microcosmo sonoro percosso da turbamenti intimisti: in Felt ogni tasto del piano ridonda incessantemente nell’udito con l’effetto di auto-immersione nel più inconscio raziocinio. A volte l’immersione è irregolare secondo priorità artistiche: è il caso di Less che presenta la dicotomia perfetto/imperfetto con scansioni non rigide, fruscii e leggere prolissità. Keep nella sua avvenenza primaverile rimanda a sonorità care a O'Halloran, mentre Familiar nella sua essenza melodica è l’ideale sintesi d’insieme tra frastuoni di respiri, quasi proiezioni di battiti incessanti. Sarà l’etimologia del brano a configurarsi con una reciproca ispirazione tra la sua creatività vitale e la musica. Kind e Unter: due proposte classicheggianti seppur la prima più tchaikovskiana, e la seconda alquanto filmesca nell’avanzare giochi di popolar struscii che continuano nell’inizio cembalo di Old Thought. Perché il tutto non è altro che una fabula con un senso di logica continuità. Non ci sono digressioni, bensì consequenzialità armonico-emotive a più alti livelli. Snippet nel suo etimo di funzionalità, automaticità, robotica programmatica scontra una positività peculiarmente esile. Grave l’inizio e l’intento di Pause che sboccia nel conclusivo More: desiderio di eterna pioggia già sperimentata nell’iniziale Keep. "Keep more"? In fondo non è altro che un eterno viaggio...
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14/10/2011 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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