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La notizia più divertente a riguardo di questo gruppo è l'affermazione del leader Joshua Hodges, il quale, interrogato sull'origine del nome della band, rispose che si basava semplicemente sulla curiosità di vedere quanta strada avrebbero potuto fare "con un nome stupido come quello”. Cosa che li rende già, quantomeno, simpatici. Gli Starfucker, o STRKFR, come a volte si presentano in pubblico, sono una band di pop elettronico originaria di Portland, in attività dal 2007 e con due album all'attivo, ultimo dei quali è questo ”Reptilians”. Il già citato Hodges è il cuore pulsante del progetto, e ad affiancarlo ci sono Shawn Glassford e Keil Corcoran. L'idea, stando alle dichiarazioni del leader, è quella di suonare musica dance che si lasci anche gradevolmente ascoltare, come una buona canzone pop. E devo dire che in questo disco l’obiettivo è felicemente raggiunto. I brani sono privi di particolare ambizione e sontuosità; sono piuttosto riuscite canzoni pop lasciate a bagnomaria in mezzo a svariati effetti elettronici e che, spesso e volentieri, si giovano di riff e giri armonici semplici ma azzeccati, con il potere di appiccicarsi addosso e di smuovere facilmente il fischiettio. Per averne la conferma, basta anche un solo ascolto a brani come ”Bury As Alive”, “Death As A Fetish” o il singolo ”Julius”. Provando a immaginare il metodo compositivo della band, è probabile che partano da melodie ricavate con strumenti analogici, o eventualmente da riff concepiti su synth, cui aggiungono spirali e massicce dosi di elettronica, glitch e mine soniche vaganti che abbelliscono e arricchiscono la traccia. Un esempio del primo tipo può essere ”Astoria”: incipit con linea di basso molto eighties, batteria in quattro quarti classici stile disco, tastiere e synth vari che si aggiungono e sovrappongono man mano che il brano scorre lungo i solchi. E la voce di Hodges, spesso e volentieri in falsetto, che emerge o, piuttosto, si confonde nel mezzo della marea. ”White Of Noon” deve i suoi natali a un riff di synth semplice e lineare, sul quale si sviluppano trame secondarie e complementari. ”Hungry Ghost” ha un incidere quasi hip hop, ma fortunatamente sfugge a quella tentazione per rimanere sui binari già ben collaudati, con la ritmica che ricorda i Why?. Tastiere corpose e cullanti accompagnano ”Mona Vegas”, mentre ”Millions” intraprende con più convinzione la strada della disco, suonando orgogliosamente vintage; la conclusiva ”Quality Time” è il brano forse più ritmicamente aggressivo e diretto. Il curioso di questo disco è che, pur risultando così orecchiabile, è incentrato sulla morte e sulla fine del mondo. Al di là delle apparenze, la morte viene infatti filosoficamente concepita come complementare alla vita e necessaria per darle senso e significato. A corroborare questa tesi, interviene la voce del filosofo britannico Alan Watts, presente in diversi frangenti. Con “Reptilians” la band dell'Oregon raggiunge così il suo scopo, riuscendo a produrre un album piacevole da ascoltare sia con attenzione sia lasciando che scorra in sottofondo. Nomen omen, ma non questa volta.
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