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Una volta finita l’epopea Punk, Gavin Friday, ex leader dei Virgin Prunes, ha iniziato una carriera solista che lo ha visto protagonista di progetti interessanti che però sono molto spesso paralleli ad una produzione discografica, che è stata fin qui sporadica e altalenante. Ha lavorato per il teatro, ha inciso colonne sonore e soltanto adesso, ben sedici anni dopo Shag Tabacco, torna a pubblicare una serie di composizioni che portino la sua firma. Gavin Friday è irlandese, risiede a Dublino, nella zona di Killiney, non lontano dalla casa di Bono Vox (i due musicisti sono anche parenti in quanto Gavin è stato sposato con la sorella della moglie del leader degli U2) e ha pensato di dedicare l’intero album alla sua nazione, andando a cogliere in quel Catholic del titolo l’identità non solo religiosa ma anche culturale di una intera popolazione.
Il disco è prodotto da Ken Thomas, noto per le sue passate collaborazioni con i Cocteau Twins e con i Sigur Ros, e si articola in undici brani che però non si rivelano tutti di buon livello. Citazioni in perfetto stile Roxy Music, come Able, il brano che apre l’album, si alternano ad un songwriting da nostalgico beatlesiano, come It’s All Ahead Of You, ma più in generale il disco si mantiene sempre a metà strada fra un ritrovato gusto per l’elettronica e certo rock decadente. L’album è volutamente cupo, una riflessione spesso amara su quanto ci aspetta alla fine della vita, una serie di brani dal contenuto altamente spirituale che però non sempre sono accompagnati da un adeguato contenuto musicale ed artistico. Il gusto per la melodia è a volte sopraffatto da arrangiamenti fin troppo pomposi (l’uso massiccio dei sintetizzatori ricorda il Bowie del periodo berlinese) restano comunque dei momenti musicali molto belli come Land On The Moon, dove Gavin si trasforma in un crooner dalle tonalità profonde e capaci di emozionare, come Where’d You Go? Gone, drammatica e devastante per la sua alta dose di acidità corrosiva, e come la lunghissima Lord I’m Coming, una ballata che ricorda da vicino il repertorio dei Sigur Ros, un brano che conclude dignitosamente il nuovo lavoro, un pezzo che è stato scelto fra l’altro dal regista Paolo Sorrentino per la colonna sonora di This Must Be The Place, suo nuovo film.
Album complesso, di non facile definizione, che nasconde ottime idee e spunti melodici in un tessuto armonico fin troppo appesantito da sonorità sintetiche.
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