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Avendo il gusto dell’esagerazione, si potrebbe sostenere che la musica stia attraversando un’inquietante fase filo-necrofila: uno sguardo anche distratto alle classifiche di mezzo mondo non tarderà a rivelarvi che artisti defunti e band smembrate vendono come e più di musicisti vivi, in attività e pure bravi, e in qualche caso continuano a fare furore e a reclutare plotoni di fan. Segno del tempo corrotto e decadente in cui viviamo? Forse, ma sicuramente questa tesi non trova d’accordo Perry Farrell, folle ed eclettico deus ex machina degli appunto disciolti Jane’s Addiction, che con The Great Escape Artist tagliano il traguardo del quarto studio album, nonché il secondo successivo al loro scioglimento ufficiale nel 1991. I veri revenants del rock, non c’è che dire.
Ora che Farrell fa viaggiare il carrozzone del Lollapalooza e Dave Navarro si diverte con i Red Hot Chili Peppers, la band richiama in servizio (ma solo per la sede live) un altro membro storico, Eric Avery, le cui linee di basso nervose e al limite della schizofrenia costituiscono uno dei tratti distintivi del sound dei Jane’s Addiction – diretto ed aggressivo, eppure mai immediato e facile da assimilare; ma, questa volta, il terremoto prodotto da album quali Nothing’s Shocking e Ritual De Lo Habitual si ferma ad un brivido appena percettibile. Underground e Irresistible Force rappresentano indubbiamente i picchi dell’album: grandi assoli, buona ritmica, musicalità strana e non sempre comprensibile, ma nel complesso grande energia. Non male anche End To The Lies, più improntata ad una certa psichedelia moderna già sentita nell’album Strays del 2003; ma, al di fuori degli estimatori del genere, pochi l’apprezzeranno davvero. Curiosity Kills segna l’involuzione dell’album verso sonorità più piatte e laccate, da “singolone studiato a tavolino”, in cui francamente si fatica a riconoscere Farrell e compagni. Se non fosse assurdo a dirsi, azzarderemmo addirittura delle influenze nu metal melodico nelle tracce successive. Salvabile la parte chitarristica di Navarro in Splash A Little Water On It, e Words Right Out of My Mouth e l’arrangiamento essenziale e le liriche intimiste e disilluse di Broken People.
Sarà che il traguardo dello scioccante e dello scandaloso si è spostato molto in là in questi vent’anni, e non è facile per nessuno, neanche per chi della trasgressione e dell’essere personaggio ha fatto un mestiere, essere ancora voraci di nuovo e di sconveniente. Ma i Jane proprio non ce li vediamo a giocare alla band manieristica o, Dio non voglia, ai musicisti con la testa sulle spalle. Speriamo che ritrovino presto quel sano germe di follia che li ha sempre contraddistinti e, vivi, morti, sciolti, riuniti o qualunque altra cosa siano, continuino ad essere sempre e solo i Jane’s Addiction.
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