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Da un po’ di anni a questa parte molti artisti, ed altrettante band, hanno iniziato ad insistere con sempre maggior convinzione sulla possibilità di far confluire le proprie intuizioni nella musica pop. Un pop ovviamente curato, alternativo e quindi più articolato del solito. Non certo quello su cui si basa la stragrande maggioranza delle tristi radio nazionali. Molti lo hanno ribattezzato ‘indie pop’, tuttavia la cosa più interessante di questa nuova corrente musicale è data dalla miscela perfetta di leggerezza e sperimentazione. Senza perdere di vista la melodia, gli incisi efficaci e gli incroci precisi di rime, è possibile difatti arricchire le composizioni con degli spunti sonori spesso inusuali quanto, allo stesso tempo, ricercati. Insomma: impreziosire con gusto e sensibilità qualcosa di estremamente fruibile ovviando a quella banalità che è sempre dietro l’angolo. Non è proprio facile, ma con un pizzico d’ingegno si può creare qualcosa di molto intrigante. Vittorio Cane la strada del cosiddetto indie pop la persegue da parecchio. Già nell’eponimo disco d’esordio, risalente al 2005, erano presenti quegli elementi che facevano ben sperare ad altri seguiti non inferiori. Con il successivo “Secondo” si era poi capito che le sue idee potevano funzionare benissimo. Oggi, arrivato alla sua terza prova in studio, il cantautore piemontese conferma di avere tutte le carte in regola per ritagliarsi la giusta considerazione da parte di pubblico e critica. “Palazzi” è senza dubbio uno degli album di musica indipendente italiana da tenere sotto occhio in questa parte finale del 2011. Non ha nulla da invidiare ai nuovi lavori di Dente, Marco Parente, Dario Brunori, Dimartino, I Cani e compagnia bella. Il segreto della sua ultima fatica discografica risiede fondamentalmente in due punti. Innanzitutto una scrittura immediata, curiosa e accarezzata più volte da un velo sottile di sarcasmo, il che dona alle canzoni una gradevole solarità. Oltre ai versi delle dieci composizioni incluse in “Palazzi”, da lodare sono soprattutto gli accostamenti sonori. Si nota una lavorazione certosina a livello di arrangiamenti. Brani nati – probabilmente – da semplici giri di note ai quali, in un secondo momento, sono stati aggiunti sempre più strumenti fino a dargli la quadratura della quale necessitavano. Apprezzabile, ad esempio, l’intrusione del violoncello pronto ad addolcire la serenità di “Umano”. Perfetti e determinanti i fiati adagiati sulle morbide pennate di chitarra acustica in ben tre episodi: “Mai” (graziosissima), “A Milano” ed “A Casa Mia”. Canzoni, queste, caratterizzate anche dalla presenza del mellotron, strumento affascinante e quasi sempre dimenticato nel pop rock attuale. Quando la tromba e il sax vengono a mancare si insediano con più facilità le tastiere, il pianoforte e l’organo elettrico. Quest’ultimo va ad arricchire una manciata di brani molti diversi tra loro, dandogli un tocco più retrò. Su tutte: “Sto Bene” (realizzata a quattro mani con lo scrittore Christian Frascella), “Non Ne Ho”, forse la take più scarna (a livello di arrangiamenti) del disco, e la title-track. Non è un LP al quale si fa subito l’orecchio, in special modo se non si conosce il resto del repertorio del songwriter torinese. Serve un po’ di pazienza all’inizio ma, già dopo il terzo ascolto, si riesce ad apprezzare al meglio la sincerità di questo disco. Da non sottovalutare.
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