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Quelli della casa discografica Alive devono avere frequenti attacchi di nostalgia. I rivoli di rock e blues schizzati violentemente di punk e southern rock, di cui la casa discografica si ciba a volontà, ci parlano di un amore, un attaccamento viscerale. Non bastassero gli ormai popolari e revivalisti Black Keys a dimostrarcelo, ecco qui anche Mr. James Leg, al secolo John Wesley Myers. Occhiali scuri, sguardo trucido da biker incallito e sudato e voce rauca, cavernosa e scura tanto quanto la copertina scarna e gotica del disco, il nostro è proprio bravo a recitare il personaggio che il suo aspetto esteriore lascia immaginare. Sono, in particolare, le doti vocali a imporlo all'attenzione: il brano d’apertura ”Have to Get It On” è un'impetuosa e sfrenata cavalcata rock d'altri tempi, di cui Lemmy Kilmister andrebbe fiero. Così come rimarrebbe soddisfatto nell’ascoltare la performance vocale di Leg, carbonica e fuligginosa quanto basta per sorreggere con solo Fender Rhodes e batteria tutta la baracca. Sì, perché l’artista del Tennessee è anche piuttosto bravino con i tasti di questo mitico strumento, da qui anche il suono vintage e ‘old school’ dell‘album. ”Fire And Brimstone” ci conferma ancora una volta la caratura del nostro: anche qui, una bella e succosa cavalcata hard-blues, tanto povera nel numero di strumenti come capace di riempire e saturare il suono. Ma un altro dei sicuri numi tutelari di James è sicuramente Tom Waits: questo spiega d'altronde una certa attitudine goliardica e circense in alcuni pezzi, come nel numero western ”Nobody's Fault” o nella cover dei Kill Devil Hills ”Drinking Too Much”. E, tanto per gradire e per aggiungere quel pizzico di gusto per la ricerca, ci metterei anche un certo Don Van Vliet, alias Captain Beefheart: alcune inflessioni vocali, infatti, devono innegabilmente qualcosa al genio di Glendale. In alcuni altri episodi, l'artista americano si lascia sedurre dal demone del pop e della ballata, schiarendo la voce e prodigandosi in uno dei brani meno coinvolgenti del lotto, ”Whatever It Takes”. Ma in fin dei conti, con tanta rudezza, un po’ di leggerezza non fa poi male. ”Drowning In Fire” è un bel blues di quelli tradizionali e coinvolgenti, con dei bei suoni seventies nelle tastiere. Con la conclusiva ”Time To Tarry” torna alla ribalta l'approccio scanzonato e waitsiano, per un epilogo all’insegna del divertimento e del disimpegno. Se non siete di grandi pretese e non andate cercando sempre la novità a tutti i costi, questo disco è quello che fa per voi: un'iniezione di musica da mandare a memoria e che disconosce la parola moda.
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