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Jon Allen
Sweet Defeat
2011
Monologue
di Eugenio Zazzara
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Questo disco potrebbe essere ben considerato una specie di piccolo regalo fatto alla comunità, senza pretese di proprietà e rivendicazione sui suoi contenuti. Il perché è presto detto. Si tratta del classico disco di musica folk tradizionale americana, venato di elementi soul e blues che contribuiscono ad arricchire il tutto senza alcuna pretesa di uscire dal seminato. Un pezzo come ”Stealing Away” ti lascia facilmente immaginare lo scenario di contorno: una sedia a dondolo in una veranda di una tipica casa di campagna americana, a osservare il tramonto mentre il tuo cane dorme placido ai tuoi piedi. L’iniziale ”Joanna” è radiofonica e orecchiabile quanto basta per rimanere in mente con facilità, facendo pensare a un disimpegnato Bob Dylan. Il timbro vocale, ad ogni modo, riporta alla mente un Rod Stewart privato delle asprezze che lo caratterizzano: ”Lucky I Guess” lo dimostra ulteriormente, con una di quelle incursioni nel blues che emergono di quando in quando dalla scrittura. Non può mancare il ballatone: ”Think Of You” incarna perfettamente il canone, filologica fino a risultare quasi fastidiosa. In ”Sweet Defeat” emerge anche l’Eric Clapton più prevedibile, tanto per mantenere aggiornata la lista di riferimenti. In ”Here Tonight” rifà il suo ingresso in scena l’alter ego cantautorale più pensoso e malinconico, mentre in ”No One Gets Out Of Here Alive” si apprezza finalmente qualche sprazzo di originalità e di inventiva, benché le basi di partenza non cambino sostanzialmente. La conclusiva ”Last Orders” è un delicato arpeggio di chitarra con cui l'autore, idealmente attorno a un fuoco in collina, ci aiuta a sentire meno il freddo della notte. Dopo tutto questo, vi aspetterete che il nostro artista sia originario di qualche zona del Colorado, dell‘Ohio o del Kentucky, e il bello è che proviene precisamente dall’Hampshire, Regno Unito. Un nostalgico cresciuto a pane e James Taylor, si direbbe. Jon Allen ha sicuramente talento e capacità (ottima voce, buon gusto della melodia e adeguate capacità interpretative) ma, per il momento, l'idea di fare qualcosa di originale sembra non preoccuparlo. Per chi adora il folk americano di fine anni '60, quest’album è un perfetto modo per riesumare i bei vecchi tempi. Per tutti gli altri, è un disco certamente non indispensabile.
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01/11/2011 -
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