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Fine anni Ottanta, inizio anni Novanta. Frequenti il liceo e hai un debole per la musica, anche se in materia sei ancora un profano. Inizi a interessarti all’universo indie, e vorresti sfoggiare la tua passione per quelle canzoni “particolari” che, per un motivo o per l’altro, riescono a parlarti, e in cui ritrovi un pezzetto di te. I suoni sono spesso sgraziati, palpitanti; i ritmi sostenuti, ma le melodie ti sembrano irresistibili. Con la massima cura registri cassette su cassette di raccolte di brani che “ti rappresentano” da regalare agli amici; uno strumento potenzialmente utilissimo, tra l’altro (come poi ben sottolineato da Nick Hornby in Alta fedeltà), per far breccia nel cuore delle fanciulle. Che però, ahimè, non di rado quei nastri li reputano quasi inascoltabili. Sono anni in cui, in ambito rock, una chitarra elettrica troppo distorta, se fuori dal contesto di una ballad, potrebbe spazientire non pochi ascoltatori. E sono anche gli anni in cui, in termini di popolarità, U2, Pink Floyd e Dire Straits paiono ancora le band che devono piacere per forza quasi a tutti.
Sarebbe riduttivo affermare che il cambiamento sia arrivato esclusivamente con la canzone Smells Like Teen Spirit e col videoclip che la accompagnava (tra ottobre e novembre del 1991), e che lo scossone dato all’industria musicale sia solo farina del sacco di Kurt Cobain, Chris Novoselic e Dave Grohl. Innegabile però che il passaggio su MTV dei video dei singoli tratti dal secondo album del gruppo di Aberdeen abbia contribuito enormemente a sdoganare presso il grande pubblico la crudezza di sonorità irruenti (ma non troppo) che, in ottima salute ai margini dell’industria discografica, seducevano le orecchie degli “iniziati”. E nel 1994 i Green Day di Basket Case avrebbero portato a termine l’opera.
In occasione del ventennale dell’uscita di Nevermind, la Universal ha lanciato sul mercato, secondo la (assai discutibile) prassi, diverse riedizioni del disco. La Nevermind – 20th Anniversary Limited Edition, la più costosa, è quella che ovviamente gli ammiratori dei Nirvana non si faranno sfuggire. E per una volta verrebbe da dire che il prodotto vale la ragguardevole spesa.
Che verrà ripagata da: 1) una confezione splendida; 2) un (bel) librone a colori pieno di fotografie, in cui il critico musicale Everett True traccia un profilo dettagliato della band e della scena musicale di Seattle a cui apparteneva. Ci sono anche i testi delle canzoni; 3) un Cd con tutti i (pregevoli) lati B dei singoli (Even In His Youth, Aneurysm, Curmudgeon, la cover dei Wipers D-7 registrata per una John Peel Session nell’ottobre 1990, e performance dal vivo di School, Drain You, Sliver e Polly); 4) un apprezzabile Cd che offre versioni un po’ diverse dei brani, sulle quali svettano un’interpretazione di Lithium da pelle d’oca, le intense Dive e Sappy e la rilettura di Something In The Way con chitarra, basso e batteria incisa per la BBC; inascoltabile la Smells Like Teen Spirit tratta dalle Boombox Rehearsals (a voler essere clementi se ne intuisce il potenziale “pop”, niente di più) e piuttosto inutile l’esecuzione di Here She Comes Now dei Velvet Underground; 5) un Cd con un missaggio diverso dell’album, che include la “traccia fantasma” Endless, Nameless (insomma, qui hanno allungato il brodo); 6 e 7) il Cd e, soprattutto, il Dvd Live At The Paramount, con il concerto inedito tenuto dai Nirvana al Paramount Theatre di Seattle il 31 ottobre 1991: appassionante testimonianza priva di fronzoli della tensione emotiva sprigionata da Cobain e compagni su un palco. Partenza da sballo con la cover elettrica di Jesus Doesn’t Want Me For A Sunbeam dei Vaselines (che giganteggia sull’originale del simpatico duo scozzese), prima tappa di un’esibizione indimenticabile e degna conclusione di un cofanetto che stavolta non è solo mero feticcio per appassionati disposti a farsi spennare.
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