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“Ogni canzone contiene una dissonanza, una stranezza, uno scherzo sonoro, che può essere ripetuto o presentarsi una volta sola, non ha importanza, perché è ciò che rende uniche canzoni semplicissime.”: questo il pensiero di JJ Rassler su Jeff “Monomann” Connolly e sulla band a cui egli ha prestato, oltre alla voce, anima, cuore e mente, nel triennio ruggente del punk. Questo folgorante aforisma racchiude più o meno tutto quello che si può dire sui DMZ, gruppo simbolo del garage rock attivo sulla scena bostoniana dal 1976 al 1978 (più il consueto paio di furbesche reunion in tempi assai più recenti). Più aggressivi dei Lyres, più tecnici dei Ramones con cui avevano comunque molto a che vedere quanto ad attitudine e spirito goliardico, la genialità dei DMZ sta tutta in quel gusto per l’inatteso, l’improvvisato, l’apparentemente dissonante che è in realtà magnifica imperfezione. Ne consegue che ognuno di questi storici brani, da Boy From Nowhere, Go To School, Lift Up Your Hood, First Time alle numerose cover presenti in scaletta, è un po’ come un vecchio amico: per quanto pazzo, ruvido, incongruente o rompiscatole possa essere, si finisce per amarlo per quello che è.
L’operazione simpatia portata avanti dalla Munster, consistente in una raccolta di garage demo e live intitolata Radio Demos + Lyres Live At Cantones 1982 arriva forse con tempi anacronistici, in un momento cupo su più fronti, da quello economico a quello sociale.
Oggi come oggi, la sfrontatezza del punk viene letta, nella migliore delle ipotesi, come puerile e disinformato ribellismo fine a se stesso; ma, se non altro, finché ci sarà gente in grado di pensare con la propria testa, nonostante la desertificazione degli ideali (la “teenage wasteland” descritta da Lindsay Hutton parlando degli anni del punk), la musica continuerà ad avere qualcosa da dire. E questo, signori, è il solo ed unico messaggio del rock.
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