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Atlas Sound
Parallax
2011
4AD
di Maria Francesca Palermo
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La creatività consente ormai da tempo a Bradford Cox di mettere le mani dappertutto senza mai sbagliare una sola nota di quello che (comunque la si voglia mettere) è puro sentimento rock, coinvolgimento emotivo e non meno eccentrico approdo al pop, sperimentalismo sonoro dall’intento psichedelico che qualifica la nebulosa baia oceanica sulla quale questo splendido personaggio pare vivere. Angelo, demone e fantasma, di certo una delle teste più immaginifiche dell’ultimo decennio in grado di significare lui e le sue storie a un livello alto attraverso un’omogeneità stilistica principalmente adescata sui tempi della wave. Una combinazione di frammenti pescati un po’ ovunque, dalla poesia di Dannis Cooper, vezzeggiata nella scrittura, alla cornice ambient di Atlanta, passando per una forma di escapismo tutta personale che ha concesso ai Deerhunter di rifugiare il suo lato più ermetico nella traversata compiuta in solitaria sotto il moniker Atlas Sound.
Non c’è un singolo passaggio in Parallax che non sia permeato da un’acquifera fonte di calore, parallasse cosmica a base di chitarre elettroacustiche, riverberi naturali e molteplici effetti vocali processati come suo costume. Impossibile confondere questo preveggente lavoro nel calderone dell’odierno psych-pop: ci si muove qui sul piano di una comunione superiore tra istintiva voce individuale e inquietante accortezza pop, un legame fisico che recupera le sembianze più intimiste dell’atlantica mentalità di suono. Gioiellini astrali che entrano ed escono da un canale all’altro mischiando con sapienza le sonorità elettroniche con alcuni spunti tipici (soprattutto i delicati cambi di chitarra) degli album precedenti, in particolare di Halcyon Digest. Il tutto spesso anche nello stesso pezzo, secondo uno stile che schiaccia sotto microscopio l’attrito intensivo fra riff e ritmo (The Shakes), atmosfere garage (Mona Lisa, Praying Man) e ripiegamenti lisergici che magnetizzano l’effetto chorus sulle corde di chitarre Sixties (My Angel Is Broken, Lightwork). Visuali spettroscopiche che sanno mischiarsi con liriche essenziali, enunciate con flebile voce da soffi di loop e rumori programmati (Amplifers, Te Amo, Parallax), effetti illuminati sotto l’acqua della notte (Modern Aquatic Nightsongs). Tutte rifiniture stilistiche che se messe assieme riverberano la solennità dell’album in materia di rock e psichedelia.
Altro che roba da nostalgici: Parallax gode di una spiccata componente ritmica e melodica che, facendosi largo tra le maglie di strutture liquide e impalpabili, non arruffiana ma soddisfa, spiazza e chiude il cerchio stroboscopico di un lavoro letteralmente moderno, all’altezza delle produzioni di Bradford Cox.
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17/11/2011 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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