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Chi dice che a dicembre escono solo becere raccolte ha ragione, ma fortunatamente esistono sempre le famose eccezioni che confermano la regola. I Black Keys a poche settimane dalla fine dell’anno calano il loro asso, il loro settimo album El Camino, un album eccezionale che si candida prepotentemente ad essere considerato uno dei migliori lavori del 2011.
Il duo originario dell’Ohio, attivo solo dal 2001, ma che gode già di una considerazione degna dei più grandi veterani del genere, festeggia alla grande i dieci anni di attività non tanto stupendo, bensì confermando quanto di buono si è detto e scritto nei loro confronti fino a questo momento. Del resto non è da tutti aprire un album col miglior riff di chitarra dell’anno, quello di Lonely Boy, primo singolo estratto, che già da fine ottobre ha anticipato l’uscita del disco. Lo stile di questa band orbita attorno al pianeta rock-blues, avvalendosi di satelliti di vario genere, sottoforma di varie sperimentazioni ma sempre e comunque caratterizzate da un sound chitarristicamente massiccio, di impatto e mai banale, arricchito da tastiere e sostenuto dalla voce compressa di Daniel Auerbach (che è anche il chitarrista) e scandito nettamente dal batterista Patrick Carney. Paragonati fin dagli esordi ai White Stripes (quelli veri, che la maggior parte della gente ignora, quindi dimenticate Seven Nation Army), realisticamente parlando per ragioni probabilmente legate al numero di membri, tendono però ad assomigliare più all’altra creatura di Jack White, i Raconteurs, meno acidi e musicalmente più variegati e armoniosi. D’altro canto i Black Keys sono sì in due, ma dal vivo si presentano all’occorrenza anche con altri due componenti aggiuntivi, altrimenti sarebbe impossibile ricreare quel groove che al giorno d’oggi non può che porre l’ascoltatore ad un bivio che porta all’ammirazione o all’invidia. Ritmi incalzanti e cori avvolgenti partoriti da menti sapienti, come nel caso di Dead And Gone, per poi lasciarsi andare alla pura essenza della loro idea musicale che fonde la tradizione con la modernità, come per Gold On The Ceiling, nel quale i paragoni con i Raconteurs sono sì forti e chiari, ma senza dare adito a idee malsane di scopiazzamento, bensì da genuina condivisione del trono di autorità indiscusse del genere. Non a caso sia Auerbach che White hanno preso residenza fissa per registrare, nonché la “cittadinanza musicale” a Nashville, nel Tennessee. Little Black Submarine farà con ogni probabilità andare in visibilio i nostalgici dei Led Zeppelin con una partenza da struggente ballata che poi esplode a metà pezzo ricordando nella struttura Stairway To Heaven, che però era forte di un arpeggio inconfondibile e caratteristico (che tuttavia, duole dirlo, ma era un plagio di Taurus degli Spirit).
El Camino è un album che fa volare il tempo, tempo ben speso ed estremamente concreto, gli undici pezzi che compongono questo lavoro sono diretti e spediti, zero fronzoli e la durata di tre minuti e mezzo circa di media a brano non lascia spazio a riempitivi superflui. Difficile individuare un brano a cui conferire il titolo di migliore del disco, ognuno ha una storia a sè, El Camino è come uno Stato ed i brani sono le sue province, amministrate in un caso dal groove, in un altro da ritmi incalzanti e trascinanti di batteria, in altri ancora da riff o preziosi assoli, come quello di talk-box guitar in Money Maker, fino alla genialità e la semplicità che si sposano dando vita ad un’efficace pezzo che ricorda in alcuni momenti i Queens Of The Stone Age, come nel caso di Run Right Back. In Stop Stop e Mind Eraser domina un fascino vintage anni 70, ma rielaborato, differenziato e proposto nell’inconfondibile salsa Black Keys, marchio di garanzia. Fino all’atmosfera post rock di Hell Of A Season ed infine a Nova Baby, che avrebbe fatto fischiare l’orecchio a Joe Strummer, ricordando in qualche modo la sua London Calling.
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