|
Terzo album per Nika Roza Danilova, più conosciuta con il nome d’arte di Zola Jesus, giovane musicista di origine russa, ma sempre vissuta nelle foreste del Wisconsin e - da un po’ di tempo a questa parte - nome nuovo della scena dark wave americana. Nika si dedica alla musica da quando ha cominciato a parlare e in questi ultimi anni ha bruciato le tappe, rivelandosi artista molto interessante e dalla produzione incredibilmente fertile. La pubblicazione di Conatus arriva come coronamento di una fase nuova della carriera artistica di Nika che ha voluto dare una impronta di certo più personale al suo repertorio rispetto ai primi dischi, che la vedevano impegnata a ripercorrere le tracce delle sonorità punk e di avanguardia di Siouxsie, di Diamanda Galas e di Lydia Lunch.
Conatus in latino significa “sforzo” e la nuova Zola Jesus ha cercato di essere più attenta nella scelta dei suoni, per questo si è affidata a Brian Foote, ingegnere del suono e tastierista di assoluto valore, nella produzione dell’album. L’immagine ritratta sulla cover dell’album è più sofisticata e meno aggressiva rispetto alle precedenti e il disco può contare su brani di sicuro impatto come Avalanche e Vessel, due composizioni a carattere epico in cui il timbro duro e solenne della voce di Nika gioca un ruolo davvero importante. Ma il brano decisamente più riuscito è Hikikomori, una ballata elettronica straordinaria, ispirata da una parola che in giapponese significa “ritiro” e che si riferisce al rifiuto di tanti giovani in Giappone che lasciano la scuola, gli amici, si chiudono in camera e non escono più di casa. Il canto di Zola Jesus in questa occasione è quanto mai drammatico e avvincente, gli arrangiamenti sono estremamente curati, risultano pesanti certo, ma non sono affatto ossessivi. La voce potente di Nika permea di sé anche i restanti brani del disco ma questa volta, oltre alla drum machine che ha caratterizzato i suoi esordi discografici, sono presenti delle partiture di pianoforte e dei passaggi armonici classicheggianti. Ascoltate ad esempio la bellissima Lick The Palm Of The Burning Handshake oppure Skin, una ballata molto intima, inserita quasi alla fine dell’album. Se aggiungiamo a questo la partecipazione al disco di Sean McCann e di Ryan York che curano la sezione d’archi di Avalanche e le tonalità quasi mistiche di Collapse, il brano che chiude l’album, possiamo affermare che la maturazione sul piano stilistico e compositivo di Zola Jesus è quanto mai evidente.
La voce di Nika rimane minacciosa e a tratti inquietante, ma su Conatus si vede anche un po’ di luce, in particolare nell’electro-beat di Seeker, un pezzo dalla riconoscibile venature techno pop. La musica di Zola Jesus è adesso più accessibile, forse più diretta, ma non smette di incantare, grazie a quelle atmosfere rarefatte, sospese, di carattere onirico, e fitte di un intenso mistero, che lei riesce sempre a conferire ai suoi brani. Da ascoltare e da seguire con estrema attenzione.
|