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Peter Gabriel
New Blood
2011
Real World
di Chiara Felice
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Un album di cover da parte di un artista, indipendentemente dalla sua età – ma peggio ancora se sulla strada del “too old to rock'n'roll” - viene da sempre considerato un gesto che cerca di supplire alla mancanza di ispirazione. Come dire: “in caso di emergenza, pubblicare interpretazioni di brani altrui”. E qui inizia la ramificazione in migliaia di storie che andrebbero analizzate ad una ad una per dividere le ottime prove dalle pessime riuscite. Ma chi stabilisce che per fare un album di cover non ci voglia tanta ispirazione quanta ce ne vorrebbe per un album di inediti? Stravolgere un originale richiede un approccio particolare, che concentra in sé elementi molteplici e per niente superficiali, come invece si sarebbe portati a pensare. Nel 2010 anche Peter Gabriel decide di intraprendere questo tortuoso cammino. Il suo Scratch My Back comprende dodici tracce di altrettanti artisti, destrutturate e ricostruite completamente, fino a stemperare ogni ricordo dell'originale; tutto questo grazie ad un minuzioso lavoro che Gabriel ha portato avanti insieme all'arrangiatore John Metcalfe e ad un ensemble di più di quaranta elementi. Nel disco spiccano le sublimi versioni di Flume, The Power Of The Heart, The Boy In The Bubble e Mirrorball, ma l'attenzione inizia a risentirne man mano che ci si avvicina alla conclusione del disco.
Peter Gabriel sapeva meglio di chiunque altro che il passo dall'ottima prova di Scratch My Back ad un nuovo lavoro che avrebbe visto la rivisitazione in chiave orchestrale di alcuni dei suoi grandi classici sarebbe stato molto breve. Le prive avvisaglie ci furono già durante il concerto di Verona, ma il coinvolgimento e l'entusiasmo vissuti durante quel concerto sono difficilmente rintracciabili nel New Blood appena uscito. Quattordici brani che ripercorrono l'intera carriera di Gabriel, riarrangiati nel tentativo di dar loro nuova linfa vitale, ma l'esperimento riesce solo in piccolissima parte. La scelta delle canzoni non sempre è delle migliori e brani come In Your Eyes e Diggin In The Dirt sembrano ingabbiare tutta la vitalità interpretativa dell'ex Genesis e appaiono quasi una forzatura; così come la stessa Solisbury Hill che in questa nuova veste orchestrale sembra eclissare quel senso di rinascita che da sempre la caratterizza. Non è una questione di mancanza di impegno o professionalità, è una questione di ispirazione. L'illuminazione creativa che Gabriel ha avuto per Scratch My Back non è ricomparsa per questo nuovo lavoro in studio, che però non manca di rivisitazioni che a tratti sembrano quasi superare gli originali come la toccante San Jacinto, carica di una fortissima potenza interpretativa da parte di Gabriel. Sulla stessa scia del trasporto emotivo si colloca la contrastata Darkness, riportata a nuova vita, così come il rito ancestrale di “The Rhythm Of The Heat, qui privo di ogni percussione che ne aveva caratterizzato l'origine; mentre la pioggia contrappuntistica di Red Rain riesce ad essere trascinante quasi quanto la versione del “Secret World Live”.
La magia che ci sembrò di vivere alla conclusione del concerto di Verona, durante l'esecuzione di The Nest Who Sailed The Sky - che chiude in via ufficiosa New Blood - in questo disco sembra essere svanita. La chiusura ufficiale viene lasciata alla sempre presente Salisbury Hill, preceduta da cinque minuti (A Quiet Moment) di registrazioni di rumori ambientali, captati intorno ai Real World Studios. Cinque interminabili minuti che segnano uno stacco fortissimo con il resto del disco e che lasciano intuire la non volontà da parte di Gabriel di inserire Solisbury Hill in questo contesto. Come dargli torto?
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13/12/2011 -
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