|
Settimo album per la band di Anversa che nel 1994 esplose in tutto il mondo con Worst Case Scenario sorprendendo il panorama indie europeo e degli States. Il quartetto, che della formazione degli esordi presenta ormai il solo Tom Barman, frontman ed autore di musica e testi, è così composto: Barman (voce, chitarre); Klaas Janzoons (violino, tastiere, percussioni); Stéphane Misseghers (batteria, percussioni, voce); Mauro Pawlowski (chitarra, voce); Alan Gevaert (basso).
Con Keep You Close, i dEUS, come già nell’album precedente (Vantage Point del 2008), abbandonano le tipiche melodie sghembe e spigolosità che mescolavano punk e noise, elettronica, grunge e jazz, tra Velvet Underground e Pixies, tra Leonard Cohen e Sonic Youth. Meno rudi di un tempo, si orientano verso un pubblico più ampio, facendo largo uso di ballate, ritornelli, orchestrazioni pop per risultati comunque non privi di efficacia. Il singolo di lancio, Constant Now, brano pop-rock d’ispirazione Eighties, ha convinto molto poco, ma già la title track che apre il disco mostra equilibrio perfetto, è orecchiabile e spinge subito al secondo ascolto. La voce rassicurante di Barman ci guida tra brani morbidi, appena velati da lievi oscurità, come The Final Blast o Easy che alterna ad arte la delicatezza del piano e i synth soffusi con asprezze malinconiche. Ottima Twice, dove troviamo ancora archi e pianoforte, più convincente nella strofa che nel ritornello un po’ troppo old-style. Buoni gli intrecci vocali dei vari componenti della band, che duettano con l’interpretazione springsteen-coheniana del frontman in Ghost, che poi si diverte a recitare su toni notturni in The End Of Romance.
Insomma, se avete in mente quella band degli anni Novanta che ci aveva regalato vento fresco nel panorama indie, con le sue inquietudini nordeuropee e tormenti struggenti miscelati a psichedelie da cabaret, ecco, di tutto ciò non è rimasto nulla. Ma non rimarrete necessariamente delusi. Keep You Close è il tipico album da rock-band matura, che sa usare con “saggezza” mezzi produttivi più ampi, arrangiamenti raffinati e composizioni astute dei testi. Non più icone rivoluzionarie quindi, ma questi “nuovi” dEUS ci piacciono lo stesso. L’album è proprio bello. Niente da aggiungere.
|