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Ritrovarci a parlare di David Lynch come musicista ed interprete, e non più soltanto come regista cinematografico, non è poi una sorpresa così grande. Fin dagli esordi nei suoi film le immagini hanno viaggiato sugli stessi ritmi dei suoi suoni, si sono mosse insieme e sappiamo tutti quanto fosse importante per il David Lynch regista il continuo ricorso all’epopea del Rock and Roll nel definire i personaggi centrali delle sue tante opere cinematografiche. Adesso, a cinque anni di distanza dall’uscita di Inland Empire, il suo ultimo film, Lynch decide di accantonare il cinema e di dedicarsi interamente alla musica. Deluso da quei criteri basati più sul guadagno che sull’arte che governano l’attuale scena cinematografica americana, Lynch ha chiamato a sé Dean Hurley, che è stato l’ingegnere del suono del suo ultimo film e ha realizzato un album destinato a far discutere suscitare dibattiti, ma che è decisamente interessante. Inizialmente timido nel mettersi alla prova come vocalist, Lynch è riuscito ad esibirsi solo davanti a Hurley, e non ha invitato altri musicisti in sala di incisione, fatta eccezione per Karen O, la cantante degli Yeah Yeah Yeahs, che interpreta il brano di apertura del disco, intitolato Pinky’s Dream, un pezzo davvero molto affascinante, che ricorda molto le vecchie melodie care ad Angelo Badalamenti, autore delle musiche di tanti precedenti film di David Lynch.
Questo Crazy Clown Time è un album che getta scompiglio, che è destinato a confondere chi cerca nella musica risposte univoche ed edificanti. Non è semplicemente un disco, è un grido d’allarme diretto a tutta la società Occidentale, preda di una avidità senza fine, che usa la Tecnologia contro la Natura, che è destinata a soccombere, e che fa sorridere amaramente quanti la vedono affogare dietro cose che non contano niente. Da un punto di vista strettamente musicale, l’album si muove fra rock industriale ed elettronica e non delude le attese di quanti volevano la codificazione in musica dell’arte visiva del Maestro. Infatti resta intatta l’inquietudine visionaria tipica di David Lynch che si traduce in musica in brani come So Glad, disperata blues ballad infarcita di elettronica, che segna la fine di un amore, o come Noah’s Ark, un sorta di rock del deserto, dalle atmosfere rarefatte e dalle chiare valenze ipnotiche. Il discorso musicale dell’album ha improvvise virate di stampo electro dance, come nel caso di Good Day Today, il primo singolo tratto dall’album, e di Stone’s Gone Up, un techno pop decisamente ritmato e piacevolmente andante. Unico e solo amalgama del tutto la voce di David Lynch filtrata da un decoder elettronico che si confonde con mille altre suoni, rumori ed effetti studio, per meglio raccontare a realtà folle in cui viviamo. Assolutamente imperdibile lo spoken word di Football Game e della bellissima I Know, due composizioni che riflettono un blues moderno, essenziale e scarno quasi come quello delle origini, nel quale però il substrato elettronico sostituisce le vecchie radici folk. Elettronica, avanguardia, trip hop e blues straniato condiscono anche le altre tracce del disco, fra le quali vi segnaliamo la lunghissima Strange And Unproductive Thinking, volutamente irritante, e The Night Bell With Lightning, un pezzo che è decisamente un tributo ai Velvet Underground di Andy Warhol, John Cale e Lou Reed. Un pugno nello stomaco viene dall’ascolto di Crazy Clown Time, una ballata blues scandita da electro beat ossessivi ed inquietanti, con una sezione vocale da brividi, che sembra fatta apposta per creare dosi di malessere e disorientamento in chi ascolta.
Sul finale, dopo l’isolata incursione melodica di These Are My Friends, una rock ballad non molto originale, ma di atmosfera, David Lynch si avvicina molto alla massiccia tessitura elettronica che contraddistingueva il punk nichilista dei Suicide e ci consegna un album da ascoltare, da temere, che fa riflettere, che ti tiene sulle spine, esattamente come i suoi film.
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