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Non conosce pause Adam Ficek. Da quando i rapporti artistici con Pete Doherty si sono (del tutto?) congelati, l’ex batterista dei Babyshambles ha deciso di dedicarsi solo ed esclusivamente a quello che nel 2007 era stato concepito come un semplice side project: i Roses Kings Castles. Tre album ed un EP realizzati dal 2008 ad oggi fanno capire come il musicista britannico, che in studio preferisce suonare tutti gli strumenti in assoluta libertà, avvalendosi solamente dell’apporto chitarristico di Patrick Walden, non voglia affatto scherzare. Ci crede eccome nella sua musica. E così, non appena alcune idee cominciano a materializzarsi nella sua mente, non ci pensa su due volte: si fionda in sala, imbraccia la chitarra e registra tutto quel materiale che, in un secondo momento, potrebbe tornargli utile. Questa è la prassi.
Se fino ad oggi le cose siano sempre andate in tal maniera non è certo. In ogni caso il suo nuovo disco, intitolato British Plastic e disponibile dallo scorso 15 novembre, è nato grazie ad un approccio del genere. Il processo di scrittura è stato fluido e rapido, così come fulminee si sono rivelate le fasi di arrangiamento e d’incisione. Le undici canzoni racchiuse nell’album sono un chiaro esempio di rock moderno. La dinamicità e l’istintività sono le connotazioni più nette o, almeno, quelle che prima di ogni cosa si palesano nell’immaginario dell’ascoltatore. La sensazione principale è quella di trovarsi di fronte ad un sound volutamente ruvido e grezzo. Le distorsioni elettriche vanno di pari passo con la voce sporcata dell’autore, il cui timbro “effettato” ricorda vagamente quello ricercato con insistenza da Mr. Auerbach nei Black Keys. In altri episodi determinate sfumature possono invece ricondurre alla vocalità di Mark Oliver Everett, leader dei mitici Eels. L’intrusione di synth e basi elettroniche, preponderanti in I Can’t Say e nel secondo singolo estratto Kittens Become Cats, rende decisamente più accattivante il groove complessivo. Quando i riff lo-fi vengono meno, sale quindi in cattedra l’inconfondibile beat anglosassone. Lo stesso che permette di avvertire l’influenza dei migliori Blur e di tutte le successive creazioni ponderate da un piccolo genio come Damon Albarn. L’album, che mantiene un’intensità ritmica costante, percorre dunque questi due binari. E se durante il tragitto Adam Ficek sceglie di avventurarsi in sentieri maggiormente pop, egli riesce a disimpegnarsi in maniera esemplare. E’ pur vero che alla fine gli episodi migliori, o comunque immediati, risultano essere quelli caratterizzati da un piglio garage. L’aspro riff iniziale di People And Places, sulla falsariga degli ultimi Hives, e quello più corposo di Here Comes The Summer rendono forse meglio rispetto esperimenti sonori – assolutamente efficaci – sviluppati in Tapping piuttosto che in Seeds Of Moscow.
Per pezzi del genere ci vuole un po’ di pazienza, anche se alla lunga finiscono per essere i punti forti di un album magari non irresistibile, ma neanche da ignorare. E chi è alla continua ricerca di nuove proposte provenienti dal Regno Unito farebbe bene a dargli almeno una chance. In fondo la sostanza c’è. Non è quella che fa la differenza?
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