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Blood Ceremony
Living With The Ancient
2011
Rise Above
di Giuseppe Celano
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I Blood Ceremony sono una band con cui abbiamo già avuto a che fare in passato. Ci avevano sedotto con il loro esordio e oggi tornano con il loro nuovo album intitolato”Living With The Ancient”. L’opener viaggia su un rifferama per cui Tom Morello impazzirebbe. I perfetti stilemi sabbathiani fano da cuscino su cui la voce femminile conduce il gioco per più di sette minuti infuocati. L’andamento è snello mentre il sound, pesante, colpisce come un maglio prima dell’arrivo dell’organo ieratico (”The Great God Pan”). Con un’apertura del genere le cose non possono che migliorare con l’andar dei minuti. Infatti la band propone un lavoro scattante, derivativo nel senso positivo del termine, capace di mischiare passato e presente per un futuro (il loro) brillante. C’è proprio tutto quello che serve usato nel modo corretto, come è giusto che sia. Nessuna sbavatura, gli assoli di Sean Kennedy sono lunghi e mestosi, i bicorde si ripetono in modo circolare, il suono dell’organo riempe i vuoti prima dell’esplosione finale. Ma non finisce qui perche con i successivi brani la band dirotta il suono verso atmosfere para-andersoniane con il flauto che la fa da padrone per più di un brano. Il canto è sciamanico, la voce morbida e sinuosa gioca sul vibrato senza strafare (”Coven Tree”). Un certo tipo di progressività benigna accompagna questo suono perfetto come colonna sonora per un viaggio in campi immensi, il cui colore predominate è il verde dell’erba (”The Hermit”). Era davvero difficile eguagliare la precedente uscita ma questo avvincente secondo capitolo è un crogiuolo di sonorità seventies, flavour doomish, e suono nero che ti appiccica le orecchie al suono che fuoriesce dalle casse. ”Heavey Me(n)tal Rotation” è l’unico modo per ascoltarlo in tutto il suo splendore. I punti di riferimento sono l’asse Black Sabbath/ Deep Purple/ Black Widow con un pizzico di Jethro Tull. Capaci di dosare i vari elementi in un equilibrio immutabile, i Blood Ceremony abbassano le luci rinvigorendo le tenebre, amano le ombre e la ritualità. Gli highlights assoluti sono ”Oliver Haddo”, una cavalcata di otto minuti a cui è impossibile resistere, e la conclusiva suite ”Daughter Of The Sun”, introdotta dal riff potente che si dissolve nell’arpeggio al cardiopalmo, affiancato dal flauto di Alia. I Blood Ceremony omaggiano il dio Pan ma corteggiano il sabba nero da cui traggono l’ispirazione per i loro intrugli sonici che useranno per ammaliarvi.
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15/03/2011 -
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