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The Bastard Sons Of Dioniso
Per non fermarsi mai
2011
Universo Music Group
di Giancarlo De Chirico
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Li abbiamo conosciuti qualche anno fa in occasione della loro apparizione su X Factor, il discusso programma televisivo su Rai Due che andava a caccia di nuovi talenti musicali, ma quell’esperienza è davvero lontana adesso per The Bastard Sons Of Dioniso che ci presentano un nuovo album tutto improntato ad un Hard Rock in perfetto stile anni Settanta, con le chitarre elettriche sempre in primo piano e dotato di una sezione ritmica serrata ed altisonante.
Questo Per non fermarsi mai risente molto dell’influenza del suono che fu prima dei Led Zeppelin e poi dei loro principali cloni italiani, quali sono stati in pratica i primi Litfiba. Brani come Avvoltoi e Porte in faccia infatti sono intrisi di riff chitarristici molto brutali e di effetto immediato. Molto gustoso anche il refrain di Rumore nero e di Stare bene in mezzo al male, composizioni più variegate e ricche di sfumature che aggiungono delle punte melodiche in un contesto che rimane comunque solido e rock oriented. Molto più morbidi i contorni musicali di Sangue stasera, una ballata acustica che disegna armonie semplici e chiare, mentre con Ministri della parola riprende il rock strofinato e ribelle che permea di sé l’intero album. Una buona sintesi di hard rock e di ispirazione melodica è presente su Veleno, una rock ballad che sa essere al tempo stesso armoniosa e potente. Curiosa ed interessante la riproposta di Tomorrow Never Knows, un vecchio successo dei Beatles, uno dei brani fondamentali dell’era psichedelica di una stagione del Rock ormai lontana, ma che ancora significa molto e porta ispirazione ai Bastard Sons Of Dioniso, un gruppo che riparte dai club, dai concerti dal vivo per cercare un’affermazione vera, più diretta rispetto ad uno show televisivo. Andando avanti con l’ascolto, il disco ci propone Mai e poi mai, una ballata rock molto gradevole e piacevolmente “acida”, Quello che Foo, un rock psichedelico che risulta carico di elettricità e di coretti tipici della fine degli anni Sessanta e infine Lucidare i tagli, un brano che - dopo una intro carica di atmosfera - torna a far parlare le chitarre elettriche, senza però mai rinunciare ad una sezione vocale che sa essere sapientemente melodica e convincente.
L’album non è molto originale per chi ha già ascoltato tanta musica di qualità che possiamo collocare fra la fine degli anni Sessanta e metà degli anni Settanta, però possiede una freschezza tale da poter sperare in un positivo impatto sulle generazioni più giovani, innamorate del brit pop e alla scoperta di nuove sonorità sempre nell’ambito della genealogia del Rock. Da ascoltare.
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04/01/2012 -
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