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Paralytic Stalks è l’undicesimo lavoro in studio degli Of Montreal. Vale a dire che da quindici anni, oramai, Kevin Barnes abbraccia la follia nonsense come ragione di vita, passando da un estremo a un altro come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. Azzarda più di una volta un paio di dischi decisamente indimenticabili e con un fiero senso di battaglia si piega ma non si spezza anche quando collabora con l’entourage di Beyoncé (cioè la sorellina minore, Solange Knowles, e l’amichetta Janelle Monáe), nell’ultimo False Priest dove onestamente poteva fare di meglio. Ma questa, d’altronde, fu una questione di temperamento glitteruoso: a Kevin i boa in piuma d’oca sono sempre piaciuti. Tant’è che lo scorso maggio ha anche riciclato un lavoretto veloce di cinque tracce avanzate dall’album: trattasi di Thecontrollersphere EP, passato in gran parte inosservato, di quelle cose che insomma fai perché servono a non fare abbassare la guardia ai media proprio in previsione-di. Il pronostico è corretto, dell’altro c’è, e suona molto meglio di quest’ultimi due ascolti.
Prodotto dallo stesso Barnes presso il personale “Sunlandic Studios” di Athens, Georgia, e mixato dall’ingegnere del suono Drew Vandenberg (Deerhunter, Toro Y Moi), Paralytic Stalks è la scommessa che aspettavamo dai tempi di Hissing Fauna, un modo del tutto nuovo di intendere la composizione riflessiva degli esordi. Nove tracce concentrate con estrema coerenza e profondità, sfumate poco alla volta dalle confidenze intrapsichiche di Barnes che destruttura il fulcro del discorso amalgamando una montagna di voci e controcanti dentro aperture analogiche in modo impeccabile.
Un disco classico nell’eccezione, però, più eclettica del termine. La modulazione dei passaggi sonori muove un’attenta tessitura di fascinazioni elettroniche, istantanee che catturano l’aspetto doubleface della stessa architettura. Suggestioni di frequenza che assumano caratteri dadarmonici (Gelid Ascent, Spiteful Intervention), elementi neo-prog decostruiti in mille direzioni diverse, senza schemi apparenti (Ye Renew the Plaintiff, Exorcismic Breeding Knife). Dinamismo strumentale che rende l’insieme multi-traccia elegiaca, pot-pourri di mitologie pop e overdrive psichedelici in odor di Sixties (We Will Commit Wolf Murder, Malefic Dowery). Per la prima volta la band affida ad una squadriglia di sessionmen l’equipaggiamento orchestrale del disco e mette in mano ad una violinista classica, Kishi Bashi, gli arrangiamenti di fiati ed ottoni. Il risultato complessivo è quello di un mattatoio melodico che sfodera le sue carte più pop e lavora sull’essenza dei brani passando in rassegna elementi di folk, country e sperimentazione difficilmente inquadrabili con dei paletti semantici, eppure immediatamente percepibili all’ascolto (Dour Percentage, Wintered Debts, Authentic Pyrrhic Remission).
Pare non esserci via d’uscita alla perversa immaginazione degli Of Montreal, fantomatica allusione di una dimensione che continua ad utilizzare il grottesco come la più probabile e bizzarra celebrazione del reale. Sempre con grande fantasia, mutabilità di scrittura e genialità schizofrenica da parte del loro leader, Kevin Barnes.
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