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Steve Hackett
Beyond The Shrouded Horizon
2011
InsideOut Music
di Chiara Felice
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I Genesis erano prima di tutto una grande fucina di personalità artistiche; che poi figure come quella di Gabriel o Collins abbiano eclissato individualità di altrettanto rilievo come quella di Steve Hackett è storia abbastanza conosciuta.
L'universo Genesis, che sembrava ruotare soprattutto intorno all'estro creativo di Peter Gabriel prima e Phil Collins poi, ha generato attività soliste molto spesso osannate da critica e fan. Al di sotto della punta di questo iceberg si nasconde un sottosuolo altrettanto interessante, che sembra quasi fuggire il successo dei due colleghi; è questo il caso del chitarrista e compositore principale dei Genesis Steve Hackett che ha rilasciato il suo ventitreesimo album in studio, Beyond The Shrouded Horizon. L'estro compositivo di Hackett continua a stupire dando vita ad un'opera assolutamente ispirata e mutevole, in un vortice di stili musicali che spaziano dal blues di Catwalk, alle composizioni per chitarra classica (Summer's Breath), passando per gli slanci progressive di The Phoenix Flown. Gli stili utilizzati vanno oltre quelli appena citati e la bellezza di questo nuovo lavoro del chitarrista è racchiusa nella sapienza avuta nel dosare sapientemente i vari interventi musicali, senza dare mai sfogo alla “facile” pratica del virtuosismo; in questo modo anche il brano più lungo del disco, la conclusiva Turn This Island Earth (nella quale si cita anche la classica Greensleeves) risulta coinvolgente dall'inizio alla fine. Beyond The Shrouded Horizon, con i suoi continui cambi di ambientazione (creati grazie all'alternanza delle chitarre elettriche, acustiche e classiche) ha il sapore di un album fotografico nel quale sono raccolte foto di paesaggi lontani ed incontaminati (Loch Lomond). Le composizioni classiche di Til These Eyes e Summer's Breath oltre a costituire due ottimi intermezzi vengono eseguite molto bene, tanto da farci dimenticare l'album Sketches Of Satie nel quale Steve e il fratello eseguivano – senza mai convincere fino in fondo - brani del compositore Satie.
Con questo suo ultimo lavoro in studio Hackett riesce a dare un'ulteriore prova di intelligenza e raffinatezza compositiva che meriterebbe un riscontro di pubblico molto più ampio. L'unico punto di debolezza risulta essere l'intervento della misconosciuta Amanda Lehmann nell'orientaleggiante Walking To Life che ricorda in modo marcato – Hackett non me ne voglia – la Veronica Ciccone (in arte Madonna) degli inizi.
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31/12/2011 -
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