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“Band tra le più profonde ed intellettuali del panorama italiano, cantastorie colti e letterati, poeti maledetti, disincantati e ribelli, e come si può non essere d’accordo, stolti che non siete altro!”: sto riprendendo solamente una minima parte degli tsunami retorici che mi si riversano letteralmente addosso - occasionalmente accompagnati da manifestazioni di violenza degne di una fangirl adolescente ferita nell’orgoglio e nel culto del gruppo preferito - ogniqualvolta cerco di parlare, in modo sereno e ragionato, del Teatro degli Orrori.
Con questo non intendo certo svalutare il Teatro, band che considero oggettivamente valida, intelligente ed intrigante. Da lì a sostenere che abbiano ridefinito il sound del rock alternativo italiano, ce ne corre (sicuramente non l’hanno fatto con questo album). Più incisivo, in tal senso, potrebbe essere stato il contributo di Deasonika, Afterhours, o, tanto per rimanere in casa Pierpaolo Capovilla, One Dimensional Man. Sul significato di “alternative” o “underground”, poi, occorre intendersi bene: entrambe le definizioni paiono aver assunto sfumature sinistre e velatamente minacciose, foriere di un’inappellabile condanna ad un limbo eterno, alla quasi-notorietà a beneficio di qualche centinaio di eletti. L’alternative rock non è nulla di tutto questo, né deve esserlo: ben venga, anzi, se qualcuno, come hanno fatto il Teatro, i Marlene Kuntz, gli stessi Afterhours o i Giardini di Mirò, riesce ad affacciarsi su palcoscenici più ampi di quelli dei locali nebbiosi di provincia. Ovvio, qualcosa in termini di originaria asprezza e purezza andrà perso nell’approccio al grande pubblico, come è accaduto per i Litfiba. Tutto sta nel decidere se è un prezzo che vale la pena di pagare per ottenere un po’ più di visibilità, e magari scuotere le coscienze catatoniche degli ascoltatori del tipo “Sisisisì, a me la musica piace tutta, proprio TUTTA, non faccio differenze capisci cosa intendo?”. Il rischio, quando la critica musicale generalista perde la testa per una band fino all’altroieri orgogliosamente e irriducibilmente “alternative”, è che scatti la beatificazione immediata a discapito di tutti quelli che invece non ce l’hanno fatta. Madò, che ci siamo persi, eravamo talmente rincitrulliti da tutti i Pierbertrando e le Marie Genoveffe usciti glassati e fragranti come croissant dalla fabbrichetta di X-Factor, che non ci siamo accorti che esisteva il Teatro degli Orrori, ma quanto sono bravi. E adesso, cari miei, siete talmente infatuati del Teatro da non accorgervi che in questa bistrattata Italietta ne esistono a centinaia di gruppi rock altrettanto bravi, e che a questo punto potrebbero avere qualcosa in più da dire.
Il Mondo Nuovo, l’ultimo album del Teatro degli Orrori, ci offre lo spunto per questa riflessione ad ampio spettro su quello che è l’alternative rock oggi, perché, pur non essendo interamente deludente, può risultare un disco irrisolto a dispetto dell’approfondito background culturale sempre presente dietro ai testi e della performance sempre sopra le righe di Capovilla, Mirai, Favero e Valente, più vicina ad una vera e propria rappresentazione drammatica che ad una canzone da tre o quattro minuti. L’approccio furioso e scalciante ai brani è sempre stata l’arma vincente del gruppo: in questo caso, è ancora presente, ma avrebbe meritato miglior causa. Le istantanee di esclusione, miseria ed emarginazione scattate dal gruppo celebrano il migrante e il complesso del profugo con un’ottica un po’ troppo ingenua e terzomondista per non risultare stucchevole. Con A Sangue Freddo erano stati in grado di trovare copioni meno scontati per rappresentare lo straniamento e la meccanizzazione umana, tratteggiandoli con lucidità ed estrosità invidiabili. Per quanto riguarda l’aspetto strettamente musicale, l’album appare nettamente diviso in tre filoni: uno più legato al rock duro, con una notevole rivisitazione, tra l’altro, di Doris degli Shellac; uno più morbido e leggermente commercializzato, con influenze che spaziano dal crossover novantiano (Skopje, Gli Stati Uniti d’Africa) alla ballad in varie forme (Ion, Nicolaj); infine, una parte ampiamente sperimentale e non del tutto comprensibile, che comprende la teatralità di Cleveland-Baghdad e Adrian e il techno-rock di Cuore d’Oceano, con lo zampino di Caparezza.
L’album appare dunque poco coerente anche da questo punto di vista: mash-up estremo voluto o troppa ambizione? Ai posteri l’ardua sentenza, per il momento non ci sembra di poter parlare di un episodio memorabile all’interno di una carriera che ha visto e può ancora vedere ben altre vette.
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