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E’ proprio vero che a volte - dopo tanto vagare, dopo tanto cercare - si torna all’inizio, alle cose che abbiamo incontrato immersi in un incanto, quasi per caso, ma che hanno determinato poi l’incedere della nostra vita. Questa l’idea di base del nuovo album di Leonard Cohen, compositore, musicista, e soprattutto poeta, originario di Montreal, dove è nato 77 anni fa. Il disco si chiama Old Ideas e possiamo garantirvi che si tratta di un piccolo capolavoro, realizzato dopo due anni in tour e malgrado la stanchezza legata all’incedere dell’età. L’album è stato prodotto da Patrick Leonard, che aveva lavorato con Madonna ai tempi de La Isla Bonita, ma Cohen è riuscito questa volta a tenere a bada i rischi di un eccessivo intervento di sintetizzatori e tastiere sul nuovo disco. Non è successo come su Dear Heather, dove il tentativo di dare una chiave moderna al proprio suono toglieva qualcosa, invece di aggiungere. Qui siamo sui livelli altissimi dei tre dischi d’esordio. L’album è una diretta conseguenza di Songs Of Leonard Cohen del 1967, di Songs From A Room del 1969 e di Songs Of Love And Hate del 1971. Non ci sono sovraincisioni, niente trucchi, solo qualche coro femminile indulgente, grazie agli interventi vocali di Sharon Robinson, delle Webb Sisters e della splendida Jennifer Warnes, che in passato dedicò un intero disco alle cover di Cohen.
Dicono che Leonard Cohen abbia dovuto abbandonare il suo rifugio dorato dove viveva in stato quasi ascetico, per colpa di alcuni investimenti finanziari andati male, che hanno portato a una perdita consistente del suo patrimonio. E’ per questo che è tornato a fare dei tour, un dvd e adesso un nuovo cd. Mai fallimento fu meglio accolto da quanti lo seguono da sempre e che adesso si ritrovano fra le mani un nuovo gioiello, fatto di poesie incastonate nella musica e di passaggi sia musicali che lirici assolutamente toccanti. Cohen si sofferma molto sulla religione e sulla morte e su The Darkness, un rock blues davvero ben fatto, canta “Non ho futuro/ i miei giorni sono pochi / e il presente non è tanto piacevole / solo un mucchio di cose da fare”. Gli arrangiamenti sono squisiti, le partiture per chitarre e per pianoforte si alternano sapientemente e su tutto domina, ancora una volta, l’inconfondibile voce, roca ed intensa, da consumato crooner di Leonard Cohen. Su Show Me The Place, una slow ballad di pregevole fattura, è evidente l’invocazione al Signore a cui chiede di “mostrargli il luogo che ha destinato al suo schiavo”, su Amen invece, un brano caratterizzato da arrangiamenti semplicemente ancestrali, tornano tematiche legate al desiderio e al tradimento in amore. Non mancano negli altri brani metafore letterarie e simbolismi, come quando accenna ad un vecchio “banjo” abbandonato sulle onde di un mare nero ed inquinato. Il Cohen dei primi anni Settanta vene fuori puntuale su Crazy To Love You, una love song tutta da ascoltare, con quelle note di chitarra acustica che raccontano di come sia impossibile amare senza lasciarsi andare, senza dare spazio a quel po’ di follia che dimora in ognuno di noi. L’album si chiude con Different Sides, un altro brano fantastico, sulle incomprensioni fra uomo e donna, un pezzo ricco di groove che ci regala un’altra grande interpretazione di Leonard Cohen, unico e solo cantore di un mondo che sprofonda verso l’abisso, testimone di un qualcosa che sta lentamente scomparendo. Lui accetta la fine con compostezza ed ironia, trova anche il modo di regalarci ancora parole incantevoli, che fanno l’amore con i suoni delle sue canzoni e che ci fanno capire come noi non siamo niente di fronte all’Eternità.
Il disco è completato da un libretto con disegni e con i testi in inglese dei singoli brani. E’ un album da distillare con cura, facendo caso ai dettagli. E’ un disco il cui ascolto offre momenti di vita di una pienezza impensabile. Da ascoltare a tutti i costi.
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