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Arrivati a pubblicare la loro terza prova in studio nel giro di appena quattro anni (escludendo Rare), i Calibro 35 dimostrano, con questo nuovo lavoro, di essersi definitivamente emancipati da tutto ciò che riguardava le sole rivisitazioni di colonne sonore.
In realtà un segnale tangibile si era già avuto con il disco precedente, dove ad essere incluse erano ben otto composizioni nuove di zecca. Ma questa volta, la sensazione di trovarsi di fronte ad un album più spontaneo e personale che mai è davvero palese. La conferma arriva subito scrutando i credits all’interno del booklet. Delle dodici tracce complessive, ben dieci risultano essere inedite. Le uniche due rivisitazioni, perfettamente in linea con la coerenza sonora generale, sono forse giustificate dalla voglia di omaggiare per l’ennesima (e ultima?) volta quel suggestivo filone musicale che, in fin dei conti, ha poi dato il via ad uno dei progetti italiani più apprezzati degli ultimi tempi. C’è posto allora per l’accoppiata Morricone-Piccioni, rispolverati attraverso Passaggi nel tempo e New York New York, protagonisti per appena una manciata di minuti prima di lasciare nuovamente spazio alle digressioni incalzanti ideate dal quartetto stesso. Ciò che emerge immediatamente da questa nuova raccolta è un forte senso di istintività, aspetto determinante per un progetto come quello dei Calibro 35, le cui intuizioni sono quasi sempre stimolate da lunghe jam sessions improvvisate in sala. Ciò comporta un’evidente assenza di punti di riferimento, compensata dalla voglia di sviluppare le proprie idee in piena libertà. Guai dunque ad immaginarsi un disco esclusivamente funky. Questa volta le contaminazioni sono maggiori e il registro complessivo lascia intravedere una netta componente rock, spesso accarezzata da eccellenti aperture di fusion ed afrobeat, che forse in passato mancava. Si prenda quindi in considerazione Massacro all’alba, take ruvida, e allo stesso tempo moderna, dotata di grande efficacia con il groove micidiale che sembra strizzare l’occhio ai Black Keys di Brothers. Ogni episodio è completamente diverso dall’altro, almeno per quel che concerne l’approccio. Ciò è garantito dal fatto che, per l’occasione, il gruppo non abbia optato per un metodo di lavoro fisso e standardizzato. Ci sono dunque pezzi composti insieme ed altri scritti dai singoli membri. Se Pioggia e cemento porta la firma dell’ex Afterhours Enrico Gabrielli, Arrivederci e grazie vede allora il bassista Luca Cavina nelle panni d’insolito autore. C’è poi chi, come Massimo Martellotta, per l’occasione arrangiatore dei fiati, di componimenti riesce a buttarne giù quattro. Ciò ha senza dubbio contribuito a far risaltare l’unicità dei singoli brani. Ormai la complicità tra i quattro musicisti è così elevata da permettergli di concepire vagonate con una rapidità impressionante, come se niente fosse. E anche questa volta le cose sono andate più o meno così.
Discorso simile per i tempi di registrazione. Sono bastati infatti solo cinque giorni alla band per incidere il tutto materiale accumulato nel corso della pre-produzione. E forse a sollecitarli nelle recording sessions sarà stata la location mozzafiato che li ha ospitati. Del resto non capita tutti i giorni di essere ospitati nel Brooklyn Recording e nel Mission Sound di New York. Loro hanno avuto questa opportunità nel marzo del 2011 e, da veri professionisti, si sono disimpegnati nel migliore dei modi. L’atmosfera statunitense ha donato al sound, curato come sempre dal “regista” Tommaso Colliva, un respiro maggiormente metropolitano – e per certi versi dinamico – al disco.
L’ultima connotazione che va ribadita è la godibile fluidità complessiva di un lavoro per nulla stucchevole ma, al contrario, capace di farsi apprezzare maggiormente con il susseguirsi degli ascolti. E non dimentichiamo che si tratta di comunque di musica strumentale, il che non rende proprio la strada in discesa.
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