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Difficile trovare nel panorama discografico un artista che abbia pubblicato più ciarpame di Robert Pollard. Musicista capace di scrivere canzoni bellissime nella loro essenzialità e immediatezza. Gioielli pop disseminati, e spesso ben nascosti, in un repertorio sterminato, che continua a crescere con irritante sfrontatezza, album dopo album, propinando agli estimatori tonnellate di pezzi insulsi e, capita ancora talvolta, qualche gemma.
Come si suol dire, oltre al danno la beffa: i Guided By Voices si sono sciolti, poi si sono riuniti, poi è cambiata la formazione, ecc., il tutto celebrato da ulteriori titoli immessi sul mercato per speculare sull’aura di culto che si è creata attorno a Pollard e compagni nel corso del tempo; ad esempio, l’improponibile cofanetto quadruplo Suitcase 3 – Up We Go Now (dopo una bufala del genere, sapremmo noi dove dovreste andare...); irrinunciabile, a nostro avviso, solo il DVD The Electrifying Conclusion, che documentava il “concerto d’addio” – ah! ah! – tenuto dai Guided By Voices quasi una decina di anni fa. Dopo il debole Live From Austin TX (2007) e il Live In Daytron ?6° (2010), un triplo dal vivo da querela (già dal lato B, Pollard comincia a perdere colpi, e la performance si trascina in maniera pressoché ignominiosa), pubblicato solo in vinile, e giustamente snobbato dalle testate specializzate, arriva – squillo di trombe – il nuovo LP dei GBV con in formazione nuovamente – udite, udite – Robert Pollard, Tobin Sprout, Mitch Mitchell, Greg Demos e Kevin Fennel. Sarà anche solo lontanamente paragonabile a opere eccellenti quali Bee Thousand (1994) e, soprattutto, Alien Lanes (1995) o a un disco pregevole, per avvicinarci un po’ più al presente, come Earthquake Glue (2004)?
Come al solito, Pollard e gli altri non potevano esimersi dal rifilarci brani noiosi e/o inutili: il vergognoso The Big Hat And Toy Show, il tipico pezzo che farebbe venire la voglia di mettere le mani addosso a chi l’ha “scritto”; Laundry & Lasers, God Loves Us, le classiche canzoni dei GBV che potrebbero decollare in un ritornello memorabile ma che non decollano mai. Non mancano le composizioni degne di nota, a volte arricchite da un’“atmosfera amatoriale” che si respira durante l’ascolto: il passo cadenzato di Imperial Racehorsing e di The Unsinkable Fats Domino; le armonie vocali di Doughnut For A Snowman, a un passo dalla malinconia; la mesta parte conclusiva che redime dalla banalità Spiderfighter; l’aria solenne di Hang Mr. Kite, forse uno dei momenti più originali del disco. Veniamo al lato B. Passi per Chocolate Boy, e per la zampata di Tobin Sprout con Waves, ma My Europa e la cacofonica Either Nelson vi spingeranno a organizzare una petizione per interdire Pollard dall’utilizzo del registratore; la “sperimentale” The Things That Never Need, crimine di cui si macchia Sprout, vi farà aggiungere il suo nome alla suddetta richiesta; con Cyclone Utilities (di cui è complice Mitch Mitchell) vi chiederete perché Pollard abbia lasciato l’insegnamento. A questo punto avrete già preso in considerazione l’ipotesi di sbarazzarvi di Let’s Go Eat The Factory al mercato dell’usato. Basteranno l’enfasi di Old Bones (ma è una presa per i fondelli?) e Go Rolling Home per spazzare via qualunque dubbio.
Tirando le somme: su una ventina di canzoni ce ne sono più o meno sei discrete. Basta. Sfidando la neve, vagheremo per la città, a domandarci sconcertati, come Nanni Moretti in Caro diario, come sia possibile che qualcuno abbia parlato bene di questo disco.
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