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Nella tradizionale lista mensile che la brillante redazione di XTM.it fa circolare tra i suoi più o meno interni e fedeli collaboratori, al primo turno Lana Del Rey rimane senza recensore. Chi legge (e ora scrive queste note) ha subìto una prematura – oltre che prevedibile – infatuazione estetico-musicale estiva per la venticinquenne di Lake Placid – ma ora di stanza tra Londra e la Scozia – Elisabeth Grant (vero nome), aka Lizzy Grant, aka Lana Del Rey, in onore dell’indimenticabile Lana Turner e della Ford Del Rey, co-protagonista delle patinate scene notturne dell’inguardabile video di Born To Die, che dà il titolo a questo lavoro. Per giunta nell’improvvida classifica di fine anno avevo sistemato Lana nella top ten, ammaliato da Video Games e soprattutto dal suo video, in cui appare a frammenti – con le sue labbra rifatte, uno sguardo vagamente strabico e sognante – nuova Lolita ubriaca e imbronciata, vampirizzata dai paparazzi, in un cuneo temporale lisergico, che sembra il Thomas Pynchon della summer of love del suo ultimo Vizio di forma.
Tutto ciò mi ha reso zimbello del suddetto redattore di XTM.it, oltre che scontato recensore del “fenomeno” virtual-virale degli ultimi anni, perché, come oramai tutti sanno, intorno a Lana Del Rey c’è un’industria dell’immaginario: dal padre, miliardario imprenditore della rete, alla fantasmatica schiera di avvocati-consulenti, al primo lavoro – come Lizzy Grant – caricato su iTunes e poi subito scomparso – come è scomparsa Lizzy Grant – alla goffa (per usare un eufemismo) performance al Saturday Night Live, il gennaio scorso, presentata dal maghetto Harry Potter, idolo dei teenagers globali. Così tutto il mondo ne (s)parla e si schiera: financo dalle colonne de Il Sole 24 ore, solitamente “rigoroso” e poco frivolo. Soprattutto, ora, tutti ne parlano male. Perciò abbiamo aspettato un po’ di settimane e da buoni ultimi ci schieriamo.
Lasciamo Video Games – e il suo video, appunto – come una fulminante epifania: ci pare tuttora un piccolo capolavoro di malinconica esaltazione da distopico trip hollywoodiano, a metà strada tra Mulholland Drive e Paranoid Park; con l’arpa, quindi archi e piano che potrebbero piacere al DJ Shadow alle prese, nel suo ultimo cd, con Susan Reed in (Not So) Sad And Lonely. E poi quella soffocata, reiterata, dichiarazione d’amore: "It's you, it's you, it's all for you/ Everything I do/ I tell you all the time/ Heaven is a place on heart with you".
L’intero lavoro non riesce a mantenere quella tensione, seppure trasudi di ballate sospese tra pop, stratificazioni sinfoniche, voci in falsetto e ripiegamenti cavernosi. Dall’apertura sinfonica e tristemente cool di Born To Die, con il suo corredo finale di decadenza maudit ("Come and take a walk on the wild side/ Let me kiss you hard in the pouring rain/ You like your girls insane)", ai ritornelli caleidoscopici e multistratificati di This Is What Makes Us Girls (che fanno quasi pensare a un’iperproduzione simile al pantagruelismo del Kanye West solista), tutto sembra allo stesso tempo troppo ripetitivo, ricco ed eccessivo. Così Off The Races ammicca al ritornello fighetto, ma dentro un pezzo troppo lungo e complicato per la tournazione radio; quindi la versione più imbronciata di Lana è Blue Jeans, già hit foriero di figuracce live. E allora ecco Diet Mountain Dew, che rimane in testa sin dall’attacco ammiccante di beat: "You’re no good for me/ Baby you’re no good for me/ You’re no good for me/ But baby I want you, I want you". E poi il cupo National Anthem: "Money is the anthem/ Of success/ So before we go out/ What's your address?" L’andamento da sad trip-hop di Radio lascia poi spazio alla ballata da piano bar alle prime luci dell’alba di Million Dollar Man. Per avvicinarci alle malinconie estive di Summertime Sadness: "Kiss me hard before you go".
Insomma forse c’è “troppa roba” in questo lavoro, seppure con una certa monotonia di fondo. Eppure questo disco lo ascoltiamo da settimane e indubbiamente ci piace. Soprattutto ci piace questa sensazione di essere dentro un film, pericolosamente sospeso tra Sixties e anni Zero, con Lana Del Rey che sembra la perfetta incarnazione della 20-something accidiosa, modaiola e goffa, trendy e solitaria, viziata e casinista, ingombrante e splendida, al contempo: prototipo o archetipo di tutte le (tardo-)adolescenti di questi strambi anni dieci della Grande Crisi. Una specie di Ariel – Little Mermaid disneyana, già dalla capigliatura – che gioca a fare la Pupa del Gangster, con tutto il portato di approssimazioni ed esagerazioni del caso. Soprattutto con la capacità di trasmettere la sensazione di essere spesso fuori luogo, in distonia rispetto al presente e al contesto; quasi in procinto di crollare, a un passo dal baratro. E questa inadeguatezza naturale, una sorta di propensione al disfacimento non può che attirarci, in questa diffusa depressione non solo economica che ci circonda. Fosse anche solo il frutto marcio di un navigato marketing dell’immaginario. Baby can you see through the tears?
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