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Dopo il promettente esordio di Vidalia (2006), Let’s Make Babies In The Woods rappresenta il secondo lavoro dei Papercranes, band originaria di Gainesville, Florida, capitanati dalla cantante Rain Phoenix autrice, tra l’altro, di tutti i testi delle nove tracce del disco. Let’s Make Babies In The Woods avrebbe dovuto rappresentare, per la band americana, un ulteriore passo in avanti. Non a caso ci si è affidati alla Manimal Vinyl, un’etichetta in grande ascesa nel mondo del rock indipendente al femminile.
In tutta franchezza, ci troviamo di fronte ad un ennesimo prodotto indie rock americano, senza particolari sorprese. La produzione grezza fa risaltare volutamente gli arrangiamenti scarni di batteria, basso, chitarra e pianoforte. Su tutto si erge la voce sofferta di Rain Phoenix, un’anima insofferente sospesa tra Margo Timmins e Tori Amos. I brani in scaletta non eccellono per originalità ma scorrono, comunque, abbastanza bene. Il disco parte con Shell, Headphone e Long Way: brani rock orecchiabili con qualche richiamo al grunge che sembrano usciti direttamente dalla compilation What’s Up Matador. Con Sea Red e Dust Season, la formula sembra ripetersi ed i miagolii impegnati della cantante finiscono per annoiare. Il disco si risolleva con i tre pezzi successivi, Warriors, Texas e, soprattutto, Synapsis, ballate folk rock sussurrate in puro stile Cowboys Junkies. In questo caso la vena creativa sembra essere migliore, le atmosfere più distese ed anche la produzione dei brani (per la verità non sempre all’altezza della situazione) sembra risentirne positivamente. Il conclusivo Grace è un pezzo troppo acerbo e banale. A mio avviso, non avrebbe dovuto essere inserito nel disco.
In conclusione, i Papercranes hanno delle buone potenzialità ma sono, tuttora, alla ricerca di un propria personalità. Da rivedere nel loro prossimo lavoro.
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