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June Tabor & Oysterband
Ragged Kingdom
2011
Topic
di Chiara Felice
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La tensione di Bonny Bunch Of Roses ci avverte che il momento è finalmente arrivato, la lunga cavalcata del nostro tanto atteso messaggero - magistralmente ricreata grazie ad arrangiamenti curati fin nei minimi particolari – sancisce l'inizio della nuova (ri)unione in studio: quella tra June Tabor e la Oysterband. Sono passati più di vent'anni da quando una delle voci più rappresentative del folk inglese decise di unirsi alla band di Canterbury e il risultato fu Freedom And Rain, un album che vedeva alternarsi senza nessun timore brani della tradizione folk con canzoni rock e folk contemporaneo (Lou Reed, Shane McGowan e Richard Thompson, tanto per citarne alcuni). Dopo quasi due decadi l'esperimento viene riproposto e la crescita appare evidente fin dal primo ascolto.
Gli episodi migliori sono quelli che attingono alla tradizione folk, dalla malinconia del violino di Son David alla lacerazione del canto di When I Was No But Sweet Sixteen, commovente come solo i canti popolari sanno essere. L'inclinazione electric folk della Oysterband viene messa in evidenza nella coinvolgente e sinistra Judas (Was A Red-Headed Man). La voce di June si alterna e si unisce a quella di John Jones in una particolarissima versione di Love Will Tear Us Apart, esecuzione a tratti commovente, che vede la sola presenza della chitarra, delle voci e di un violino che sembra raccogliere le memorie più intime di questa storia per poi farle librare nell'aria; si tratta di una rivisitazione che per quanto toccante non riesce a raggiungere le vette interpretative di Ian Curtis, ma che affascina perché interpretata da una prospettiva completamente opposta rispetto all'originale. That Was My Veil di PJ Harvey appare sorprendente e assolutamente impeccabile, vertiginosa tanto quanto un'altra cover, la dylaniana Seven Curses, che sancisce la fine di questo variegato viaggio musicale. Questa seconda collaborazione tra June Tabor e la Oysterband non delude anzi fortifica e incrementa le convinzioni di chi li segue da sempre. Ragged Kingdom è un album lineare, con una personalità decisa e definita: c'è un filo musicale ben preciso che si è voluto seguire e questo crea un'omogeneità che non scade mai nel ripetitivo. Un fil rouge unisce anche tutta la genesi del disco – come ha ben spiegato la band nelle note di copertina – l'anello di congiunzione è quello dell'amore e della guerra nelle ballate tradizionali così come nella musica rock.
Forse il miglior disco folk del 2011, sicuramente uno dei più belli.
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10/12/2011 -
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