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Kaiser Chiefs
The Future Is Medieval
2011
Fiction / Polydor
di Daniele Bagnol
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Stavolta i Kaiser Chiefs giocano a fare i Radiohead, non tanto nel sound (non mi permetterei mai) quanto più che altro nelle strategie di marketing: tradotto, trovare un modo strano e diverso per far uscire un disco pubblicizzandolo appena due giorni due prima dell’uscita. Il metodo c’è: sbattere sul sito ufficiale venti brani (ascoltabili per un minuto) e lasciar scegliere ai fruitori i dieci da comprare ad un prezzo di fine stagione, permettendo anche di personalizzare la copertina. Vi risparmio poi tutto il personale sermone sulla possibilità di guadagnarci sopra ogni volta che qualcuno compra la vostra “idea”, non è questo il luogo (in effetti ripensandoci però io ci farei una bella lezione di marketing all’università).
Il risultato non è limpidissimo, soprattutto per chi i Kaiser Chiefs li conosce dall’esordio e li ha visti e sentiti crescere, perché alla fine a ben vedere ci si ritrova in mano una sequenza di canzoni da cui estrarre un album. Confusione. Personalmente sono un tipo fedele alla vecchia solfa sul messaggio che una band vuole esprimere in un disco, che permette di spellare ogni brano fino a ridurlo all’osso per cercare di capire l’insieme, le influenze del periodo, i motivi e tutto quello che ci potrebbe essere dietro un lavoro del genere. In questo modo invece la scelta viene trasferita all’ascoltatore che si ritrova a selezionare attivamente le tracce sull’onda emotiva del momento: la scena è quella di un cameriere che ti si presenta davanti con un vassoio di cioccolatini tutti diversi e tu, influenzato da Giove che entra in Toro o con Saturno contro, ne peschi alcuni senza capire veramente il perchè. No, non ha lo stesso valore per me soprattutto se si parla di un album, perché questa invece è a tutti gli effetti una compilation.
La seconda parte dell’articolo, invece, la dedico molto volentieri all’album fisico, quello che è uscito più tardi con tredici brani scelti e messi in ordine direttamente dalla band: tutt’altro approccio per me perché almeno cerco di trovarci un filo logico che parte dalla prima traccia ed arriva fino all’ultima. Mettiamo subito in chiaro che è il disco che più si avvicina ad Employment del 2005: per voracità, freschezza revivalista rivisitata, per utilizzo quasi ossessivo di synth e per alcuni pezzi da sudare fino al tracollo, nonostante l’assenza di quella scanzonatura che li aveva fatti emergere, sostituita da una raggiunta maturità percepibile dai testi. Non ci sono singoloni in stile I Predict A Riot che si incollano subito, nonostante Long Way From Celebrating sia uno dei pochi che forse può reggere il confronto a distanza. E poi ci sono come al solito ammiccamenti al pop dei Sixties (When All Is Quiet) e palpatine ai Blur (il singolo apripista Little Shocks e Things Change), per poi virare anche su momenti marcatamente synth come Heard It Breaks o episodi grigiastri in cui il tempo si ferma per riprendere fiato (Child Of The Jago). Insomma, Ricky Wilson & Co. non perdono il vizio di rimanere freschi e giovani mantenendo la loro identità: un disco alla Kaiser Chiefs.
E continuando a cercare quel filo logico che dicevo mi ritrovo a realizzare che nonostante la tecnologia, le innovazioni sonore ed i progressi in fatto di marketing musicale, sono ancora legato al vecchio rito di scartare voracemente la bustina di plastica trasparente del disco ed immergermi nell’ascolto sfogliando il libretto, nel più classico dei modi possibili. Già, The Future Is Medieval.
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29/02/2012 -
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