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Drink To Me
S
2012
Unhip Records
di Maria Francesca Palermo
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C’è una ambizione forte che muove il nuovo disco dei torinesi Drink To Me. Si chiama intraprendenza, una irremovibile capacità a mantenere intatto il lato polivalente di ogni singola traccia. Ė musica che schiuma un equilibrio pericoloso, loop al macero che più avanzano e più si sfarinano e respirano, intimorendo ogni sorta di paragone che vorrebbe inquadrare le caracollanti movenze di S dentro un archivio coacervato dalla memoria. Un esercizio che non è possibile attuare, data la natura immaginifica del lavoro quasi fosse una sorta di eterno dormiveglia che prende e rimescola intimidazioni rock e sembianze no wave in una comune freak e finanche kraut di scuola alternativa. El Gupo e Liars? Can sotto influsso di Spectrum e amici? Qui sembra suonare tutto, anche l’hip pop da FM anni 70.
La natura di S è tanto semplice quanto dannatamente efficace. A prevalere è una ritmicità insistita, monologante, legata allo spazio e vibrata da continui ancoraggi melodici a più ampio spettro. Ne scaturisce un sound stavolta più psichedelico che sull’onda di un minimalismo reiterativo fa dell’elettronica il tam tam lascivo del rock tribale. “Everyone I love won't live forever / science is right, but it's hard, it doesn't sound cool / creatures of the universe where are you? / I can hear your thoughts all at once”. Henry Miller sgancia il panegirico cosmico delle tracce, dieci in totale per una dichiarazione d’intenti immediata che illumina il cammino successivo sui massimi sistemi dei distorsori. Rock ben fatto, rapsodico e arioso (Picture Of The Sun), primatista di ritmi sferrati su batteria exotica (The Elevator, Future Days), crepuscolarizzati su riverberi cantilenati da capo a fine (Space). L’importante è non perdere una sola parola, vedendo anche di oscillarla a rallentatore sotto il recupero delle frequenze digitali (Dig A Hole With A Needle). La voglia di spaziare repentinamente da un estremo all’altro conduce alla costruzione di pezzi che riescono a cambiar pelle e direzione in una manciata di minuti specie a metà strada del lavoro, quando suonano le bombe più ricercate. Commistioni sciroccate dai suoni rock e dance, attitudine funky-punkettona inevitabilmente declinata alla ricerca del beat distorto (L.A. 13 pt. 1, L.A. pt. 2), proiettata all’unisono da fraseggi hip pop che sono complici occasionali di una sintassi “spirituals”, sincrono di drum machine e songspells (Disaster Area).
Rombante, fisico l’album trascende se stesso con la finale Airport Song in una perfetta disposizione rumoristica che pur guardando ai modelli d’oltreoceano, e cioè a quegli anthem sul dolce “isolamento terminale”, trova una via del tutto personale al pop straniante, echeggiando fra il buio e la luce gli esiti vibranti della psiche. L’effetto è un corto circuito di classe che s’adatta alla lungimiranza di S come un’area desertica, ripolverizzata solo dai sentimenti per la ricerca del suono. Paradiso rituale da battere a tempo per tutto il 2012.
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06/03/2012 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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