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Lo Stato Sociale
Turisti Della Democrazia
2012
Garrincha Dischi
di Alessandro Basile
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Dopo quasi centocinquanta concerti tenuti nell’arco di un biennio, Lo Stato Sociale ha finalmente dato alle stampe il suo LP d’esordio. Il quintetto bolognese ha scelto di intitolarlo “Turisti Della Democrazia” e d’inserirci undici composizioni inedite ben assortite sia dal punto di vista sonoro che da quello tematico. Con grande istintività cercano di schivare i paradigmi e le strutture consuete della canzone italiana. Raccontano con estrema lucidità le ridicole assurdità della società, come accade nell’amarissima “Mi Sono Rotto Il Cazzo” e nell’altrettanto emblematica “Sono Così Indie”. Ma non mancano di manifestare sensazioni personali – si prenda in considerazione “Vado Al Mare” piuttosto che “Ladro Di Cuori Col Bruco” – attraverso ricordi di vicissitudini passate alquanto grottesche. Anche se inizialmente possono sembrare leggere e spensierate, le liriche sono molto più taglienti e profonde di quanto s’immagini. Ed è proprio questa commistione di sarcasmo e asprezza il vero asso nella manica della band. Citano autori, opere, di un passato ormai remoto, e alle volte lanciano frecciatine tanto spinose quanto subliminali. Però inventano anche nuove forme espressive per evitare non solo di risultare ripetitivi, ma anche per scongiurare possibili – nonché improponibili – paragoni con altri progetti musicali che si sono affermati nelle ultime stagioni. E musicalmente? Cosa si evince da “Turisti Della Democrazia”? Lo Stato Sociale produce un suono moderno, prettamente elettronico. In quanto al genere, si potrebbe parlare di un synth pop divertito e contaminato. Nulla di avanguardistico, questo è chiaro, ma di certo neanche troppo scontato come si potrebbe pensare. Oltre all’evidente abuso di tastiere e di microkorg si scorgono, qua e là, incursioni e contributi abbastanza inaspettati. Un esempio? “Amore Ai Tempi Dell’Ikea”. Sotto l’aspetto melodico è una delle tracce più immediate. A livello di arrangiamento presenta invece una sapiente combinazione di archi – violino e violoncello – e fiati (ovvero sax baritono, tenore e contralto). Bisogna però ammettere che, nonostante la freschezza globale del sound, il disco, per quanto concerne la musicalità, finisce per annoiare. L’effetto sorpresa dato dalle godibili oscillazioni tra pop rock ed elettronica dura poco. Eppure l’album scorre bene, anche per via di una lavorazione efficiente in fase d’incisione. Ma il problema è che non colpisce. E tantomeno sorprende. Certo, poi bisogna sempre valutare cosa si cerca realmente da un disco. E lì subentrano le aspettative del singolo ascoltatore. Però è innegabile il fatto che una maggiore versatilità nella distribuzione degli strumenti avrebbe potuto rendere ancor più variegato un album tutto sommato discreto. Sarebbe stato meglio, ad esempio, vestire in maniera meno “artificiale” determinati brani, provando anche a limitare, in qualche occasione, i netti ricami sintetici. Concludendo: intriganti ma non fenomenali, almeno in studio. Si confida in un’evoluzione spiazzante (musicalmente parlando).
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12/03/2012 -
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