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Edda
Odio i vivi
2012
Niegazowana / Venus
di Giuseppe Celano
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Sono passati due anni e mezzo dal suo ritorno sulle scene con Semper Biot, un disco scarno, registrato a malincuore dopo 13 anni di assenza spesi fra droghe, comunità e costruzioni di ponteggi.
Stefano Rampoldi si ripresenta con Odio i vivi che si apre sulle note di Emma, un brano che rasenta il song-like format traendo in inganno l’ascoltatore. Si potrebbe pensare che Edda voglia renderci partecipi dei suoi sentimenti attraverso un lavoro più fruibile. Niente di più sbagliato perché, superata l’opener, in cui la voce s’innalza come una tempesta dalla furia incontrollabile, Edda soppianta velocemente le stabili impalcature optando per la destrutturazione di tutto il suo mondo. Nonostante l’ostruzionismo però, il disco arriva dritto alla mente passando per i polmoni e scendendo al cuore (Anna). Proprio quando si potrebbe pensare di non aver azzeccato la giusta combinazione per comprenderlo, è la musica che apre le porte, accogliendoci come un amico perso di vista nel tempo. La necessità di far emergere i sentimenti e di far sgorgare il sangue vivo sono priorità che trovano un linguaggio (non solo musicale) efficace in Topazio. Edda è un singer anarchico, ma politicamente vivissimo e scorretto, in bilico continuo fra la sua lucida lotta interna e una forma di romanticismo tout court che ammanta i suoi brani. Musicalmente Odio i vivi è un melting pot di rock e attitudine punk, immerso in arrangiamenti orchestrali (Stefano Nanni) di fine grana, eseguiti con cura dalle sapienti mani degli ottimi musicisti (Walter Somà, Francesco Arcuri, Dario Buccino), che lo accompagnano in questo viaggio. Le melodie sghembe di Gionata e Marika non lasciano spazio a dubbi: in quanto a (in)sofferenza Edda è un fuoriclasse capace di mostrare al mondo la forza delle sue incertezze, attraverso una voce che potremmo avvicinare, per intensità, all’impatto emozionale suscitato da Layne Stanley.
La scrittura di getto, come il flood of consciousness tanto caro a Kerouac, scatena una forza devastante simile al cedimento strutturale di una diga. Questo modo di scrivere musica supera agilmente i confini italiani affacciandosi, con eleganza, sul panorama d’oltralpe. Quando le parole non bastano a spiegare la musica e i tentativi di incasellare un lavoro come questo falliscono miseramente si rimane per “sempre nudi”. Questa volta è toccato a noi.
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14/03/2012 -
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