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Paul Weller
Sonik Kicks
2012
Island
di Daniele Bagnol
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Diavolo di un Modfather che pare non invecchiare mai! Ecco infatti che l’eterno Paul Weller infila, dopo le carriere in Jam e Style Council, l’undicesimo disco in solitaria - e dico undicesimo - sperando di non aver perso il conto (l’utile Wikipedia in questo caso viene in mio soccorso, confermando il dato).
Sgomberiamo subito il campo da ogni possibile equivoco: non si tratta di un disco che arriva dritto come un pugno sullo stomaco, anzi, al contrario ci si deve avvicinare un po’ guardinghi perché la diffidenza iniziale che produce il primo ascolto causa effetti di spiazzamento. Va maneggiato con cautela, la delicatezza che si utilizza quando tra le mani si ha un’opera d’arte potenzialmente di successo, che aspetta solo l’arrivo di quell’esplosione di emozioni che rende tutto più comprensibile: e su questo ‘Cappuccino Kid’ è da sempre un maestro. Infatti il suddetto Sonik Kicks è una deflagrazione di suoni, una ‘cluster bomb’ che sgancia melodie rotonde imbrattate da rumori freddi, robuste distorsioni, tradizione pop e avanguardia modernista: una evoluzione sperimentale, sebbene ancora incompleta ed a tratti disorientante, del precedente Wake Up The Nation, in cui compaiono anche collaborazioni fugaci di Graham Coxon e Noel Gallagher. Un manifesto aggiornato della famosa subcultura inglese che sculaccia e tira le orecchie ai giovani hipster di oggi, tanto a ribadire chi è che comanda ancora. Di coraggio ce n’è parecchio, e ne va dato merito al buon Paul, perché un caleidoscopio di tali suoni concentrati in circa tre quarti d’ora non sono facili da assorbire, tanto che balza subito all’orecchio la mancanza di una hit spacca-casse (ma....siamo sicuri che sia proprio un difetto?). E forse è proprio questo il merito di Sonik Kicks: fregarsene degli schemi come per esempio nella traccia di apertura Green, un rimpallo di voci robotiche tendenti alla pura pop art musicale come un’opera di Richard Hamilton, o quel sound sintetico che fiorisce meccanicamente da Drifters, o il pinkfloydiano canto delle balene di Sleep Of The Serene e la luccicante Paper Chase, senza dimenticare poi anche la sarcastica That Dangerous Age e la quiete di By The Waters con gli splendidi incastri tra voce, chitarra acustica ed archi.
Nel complesso non un capolavoro, per carità, ma senza dubbio una bella stiracchiata al mare fin troppo piatto del pop d’oltremanica.
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01/04/2012 -
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