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Van Halen
A Different Kind Of Truth
2012
Interscope Records
di Mirela Marta Banach
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A Different Kind Of Truth: verità confermata, riformata che di certo non differisce con i basamenti compositivi dei padri del pop metal. Alte le aspettative per il quindicesimo album dei (ormai non più) capelloni Halen, valevoli i risultati dopo quattordici anni di standby discografico. Scacciati il synth, il bassista Michael Anthony nonché le avversioni con David Lee Roth che s’impossessa del microfono rituffandosi nel grave sound 70/80’s e ricomponendo quel quadro trentennale ringiovanito dal ventenne Wolfgang Van Halen primogenito di Eddie, militante bassista alle prese con un ‘aggravante nominale’ (mozartiana/ van haleniana) di certo non indifferente.
La NYC Hudson sulla copertina si personifica a tutto tondo generando combustioni, ebollizioni di animi rock & roll con l’elettrica che la fa da padrone perentorio sparando fiammate al punto e momento giusto: i suoi riff con ogni tensione ritmica viaggiano verso i tempi che furono (con rimasugli di alcune sessions agèes) nonostante una coscienza congruente con il presente, inevitabile in quanto tale. Impostazione di fondo fedele alla primordial linea hard & heavy? Decisamente sì, però con una modernità che contraddistingue i brani per pura particolarità che rendono singolari ciascuno di essi senza cadere nella trappola di ridondanti iterazioni senza contenuto. Niente spazio per le ballads: la loro power si riversa su andature spedite, incisività mordaci. L’ouverture-track nonché primo singolo Tattoo ne è prova ardita dimostrandosi come frivola e pura versione mainstream dello sperimentale demo Down In Flames (classe 1978), di gran lunga migliore. Autentico invece il ‘jump’ al passato con la triade You And Your Blues, As Is e China Town: arrangiamenti talmente validi che a tratti superano i pur non scontati impianti testuali, aggressività non stancante, assoli svettanti, giri di bassi con regolarità fuori da ogni regola. Spuntano brevi dissimulazioni di incipit dai climax melodici che rivelano classici format metal (Blood And Fire, Big River) e di classicità tecnica parlando come non evidenziare Outta Space, She’s The Woman o The Trouble With Never? Bullethead spiazza con strappi progressive, Honeybabysweetiedoll sconfina più di tutte nel hard mentre Stay Frosty dall’acustica country-blues percuote con una interpretazione cantautorale pervasa da cinismo testuale. Credete proprio che possa respirare senza il bocchettone d’aria heavy? Categoricamente no, con quei mostri di Halen la non- logica non può prendere il sopravvento. Si termina con Beats Workin’ che con la sua mediocrità moderna abbandona la cocciuta robustezza delle fondamenta creative. Un taglio al finale lievemente discrepante.
Eppure non lascia segno lieve il grande ritorno. La locomotiva Halen che abbiam tanto atteso ha fatto finalmente il suo restart: sarebbe assurdo non prenderla al volo.
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08/04/2012 -
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