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Il decimo disco degli Afterhours esce nel 2012, un anno importante, ricco di contrasti, metamorfosi e di soldi che non ci sono più, in un paese che non è reale. Coincidenza? Forse, i Maya di sicuro non centrano niente. Accompagnato da polemiche insulse, il controverso titolo scelto è Padania, un calzante sberleffo alla Lega coinvolta nel recentissimo scandalo che l’ha momentaneamente affossata. Seconda coincidenza? Sembra un po’ troppo, è forse un segno della “luccicanza” di cui è dotato il furbo Agnelli? Se cosi fosse, ci auguriamo che questo dono kubrickiano non si trasformi poi nella follia omicida di Jack Nicholson o suicida della stessa band.
Questo nuovo lavoro della band milanese è complesso, autoreferenziale, a volte pretenzioso ma di sicuro qualcosa da non sottovalutare, un piccolo sisma il cui epicentro interno s’espande lentamente verso il resto del mondo. 15 brani in cui ci sono ritorni di fuoco di Gabrielli ai fiati e l’unione delle forze con un vecchio amico e socio, Xabier Iriondo, il cui reinserimento alle chitarre si sente, eccome se si sente (Fosforo e blu)! Padania è un disco pesante influenzato dal loro viaggio in America, che mischia le carte citando il passato, massacrando il presente e tiene d’occhio il futuro, fatto di deiezioni compatte e puzzolenti. Ciò che emerge con chiarezza è il forte contrasto fra la parte dissonante delle chitarre (Spreca una vita), e la melodia trasversale di brani come Nostro anche se ci fa male. Espletivo il titolo dell’opener Metamorfosi in cui Agnelli sembra fare il verso a un dinosauro come Celentano (non fate quella faccia perché è proprio cosi) mentre gli archi scuri e minacciosi sostengono le sue elucubrazioni vitali. I nostri sono vivi, questo è fuor di dubbio, si muovono a scatti, spingono e si ritraggono inseguendo un amplesso che si sposta sempre più in là, come un’irraggiungibile linea all’orizzonte (Costruire per distruggere). Siamo di fronte al disco più intricato degli Afterhours: è come mangiare trippa, cassoeula e polenta, la sua assimilazione sarà lenta, con rigurgiti indigesti che si ripresenteranno più e più volte da mandar giù di forza, magari con una grappa d’annata non al di sotto di 50°. Dopo aver deciso di eliminare gli slogan manifesto dei testi, processo già avvenuto nel precedente lavoro, Agnelli alza il tiro di una critica già di per sé feroce inglobata in un messaggio d’insieme più complesso. Magari non le canteranno tutti dal vivo, molte finiranno nel dimenticatoio ma ciò non toglie che questo lavoro colpirà con serie di piccoli pugni ai fianchi, piazzati fra reni e fegato. Psicologicamente Padania è uno scarabeo che s’infila su dal naso, posizionandosi al centro del cervello che diverrà la sua fonte di nutrimento.
Corrosivi e infimi, ricchi di pericoli come una giungla inesplorata, gli Afterhours si confermano una band che non ama sedersi, fra le pochissime che non teme il confronto e che sa distaccarsi nettamente da contorni limitanti, da casellari stretti e che da iniziale bersaglio diventa cecchino.
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