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Spiritualized
Sweet Heart Sweet Light
2012
Double Six Records
di Maria Francesca Palermo
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Al suono di un carillon che si muove tra la superficie dell’atmosfera Jason Pierce scalda come lava che scorre attraverso galassie nuove, produce un rock potente, enfatico il giusto, accorato il necessario per raccontare i propri afflati spirituali più veri. Nell’ordine poetico delle grandi sostanze Spiritualized è il proprio messaggio, brillante e scanalato, leale e coerente alla materia definitiva della sua musica. Davanti ad ogni forma terminale che pare intorpidire il significato delle produzioni contemporanee, Sweet Heart Sweet Light si presenta siderale all’immobilità di un certo sound proprio nella misura in cui pare rinunciare al proprio tempo: continua a porsi la materia primitiva come un grande rebus fatto di libertà e mutevolezza, compassione e innocenza panica, artifici puri che non mancano di ricordare la fredda precisione di Let It Come Down (2001), o la plastilina multicolore dell’epoca Spacemen 3 nel modo di riordinare non senza ragione le disarmonie elettroniche che pur ci sono e continuano a decrescere in lontananza dallo spazio.
Memoralizzato e subliminato, l’intro orchestrale Huh? attacca in sessanta secondi un’atmosfera sacra e solenne che serve ad aprire in bellezza il primo singolo estratto da questo settimo lavoro: Hey Jane suona in appendice l’intero album, cifra l’abbandono rock’n’roll del suo vocalist e ce lo riconsegna in uno stato superlativo che messo in risalto da un crescendo di chitarre e cori ribadisce sul finale dei suoi nove minuti l’handclapping sconfinato di una forza stilistica difficile da sbarellare, colpi di coda e caos sonoro appartenenti ad una gamma di soluzioni ampia e convincente. Sferzate r’n’b che riescono a far convivere eleganti e fascinose melodie (Little Girl, Too Late) diluendole in un brodo cosmico e reiterato (Headin’ For The Top Now, Get What You Deserve) che nulla ha perso del suo straripante charme originale. La magia ritorna così com’era, si dilata in ballate acustiche (Freedom, Mary), si avvita luminosa sulla voce e tocca i toni drammatici di una preghiera gospel che costruisce tutta la sua cosmogonia spiando da una finestra aperta sull’infinito (Life Is A Problem, So Long You Pretty Thing). Pietre sonanti, puri incantesimi vocali spianati tra le oscillazioni spacey dei synth e le riverberate armonie di chitarra (I Am What I Am).
Bisogna avere fiducia nell’aldilà, in qualcuno che volteggia per ottenere una pesata esatta, e che nello scavare buche o nell’ammucchiare macigni benefici come se fosse un versetto sacro riesce ancora a dirci: “Sweet heart / Sweet light / Sweet heart and Love of my life”.
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23/04/2012 -
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